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Abbazia delle Tre Fontane (Roma)

L'Abbazia dei Santi Vincenzo ed Anastasio alle Tre Fontane, un autentico gioiello dell'architettura medievale cistercense

Abbazia delle Tre Fontane (Roma)

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Facciata della Chiesa dei Santi Vincenzo ed Anastasio
Foto di P. De Marco, © 2002
Racchiusa in un prezioso scrigno di verde, uno degli ultimi che ancora resistono al dilagante espandersi della città eterna, l'Abbazia dei Santi Vincenzo ed Anastasio alle Tre Fontane (più nota ai romani semplicemente con quest'ultima denominazione), rappresenta a buon titolo un autentico gioiello dell'architettura medievale cistercense.

Solo fino a pochi decenni fa, la località ad Aquas Salvias, luogo dove sorge il complesso dell'Abbazia, era situato in una zona notevolmente periferica della città; la stessa Via Laurentina, una diramazione della Via Ostiense sul percorso della quale s'incontra il sito oggetto della nostra visita, fino alla metà degli anni '50 si presentava come poco più che un viottolo di campagna. Per dare l'idea del suo isolamento rispetto alla Roma di un tempo, basti dire che la Basilica di San Paolo "fuori le mura", già quest'eretta a distanza del centro cittadino e in ogni caso oltre la cinta muraria, dista circa due chilometri; la località inoltre, fino ai primi anni del '900 quando fu bonificata dai monaci Trappisti, era paludosa e malsana.

L'ignaro visitatore che, spinto dalla curiosità o da semplice ispirazione turistica, decidesse di deviare dalla Via Laurentina (oggi arteria a quattro corsie attraversata da un traffico molto intenso), e varcare il grande cancello che immette al viale d'ingresso, avrebbe l'immediata sensazione di essersi allontanato di molto dalla città e dai suoi ritmi frenetici; meglio sarebbe se la curiosità o l'ispirazione turistica gli facessero scegliere come giorno di visita, una di quelle giornate fredde e novembrine, possibilmente un po' uggiose, di quelle che non invogliano i più alle escursioni. Il fascino del luogo si apprezza certamente meglio se il numero dei visitatori (e delle loro macchine parcheggiate) è ridotto al minimo.
Attraversato il cosi detto "Arco di Carlo Magno" che si trova sul piccolo piazzale in fondo a Via Acque Salvie, l'ignaro visitatore vedrebbe rafforzata l'impressione di aver abbandonato la città, non solo in termini di spazio, ma anche di tempo; impressione che sarebbe ancor più marcata se, varcato il piccolo portone di legno che permette l'ingresso nella chiesa dei Ss. Vincenzo ed Anastasio, il caso o la fortuna facessero coincidere il momento della visita con l'orario di preghiera dei monaci.

Benché oramai ridotti a poche unità, tanto da aver quasi abbandonato durante le funzioni il canto gregoriano a causa del numero troppo modesto di monaci, l'immagine dei religiosi raccolti nel coro per la recita dell'ufficio accompagnati dalle note in sottofondo dell'organo ha, a mio avviso, un fascino che sembra fermare il tempo riuscendo, nel contesto dell'architettura spoglia della chiesa scarsamente illuminata, a trasmettere la sensazione di aver viaggiato a ritroso nei secoli.

Prima di accompagnare il nostro ignaro visitatore nella sua visita all'Abbazia Cistercense, oggi retta dai monaci Trappisti, è necessario accennare brevemente alla storia della località, identificata già dal II - III secolo d.C. come quella dove l'apostolo Paolo subì il martirio nell'anno 67.

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Veduta dell'interno
Foto di P. De Marco, © 2002
Il titolo "Tre fontane", nasce dall'antica tradizione cristiana che narra come la testa del Santo, che fu decapitato, avrebbe rimbalzato per tre volte, dando origine ad altrettante sorgenti d'acqua.
Già la prima comunità cristiana di Roma, identificava la località come quella dove l'apostolo delle genti venne martirizzato, anche se la prima testimonianza scritta è un testo apocrifo del V secolo redatto in greco, conosciuto come lo pseudo-Marcello (Acta Petri et Pauli), e alcune fonti più antiche indicherebbero come luogo dell'esecuzione una tenuta patrizia sulla Via Ostiense (la Villa di Lucina), dove San Paolo sarebbe stato sepolto e dove in seguito sarebbe sorta la Basilica di San Paolo "fuori le mura". L'esistenza di un luogo di culto molto antico dedicato alla memoria dell'apostolo Paolo nella località indicata come Acque Salvie, confermerebbe l'indicazione degli Acta Petri et Pauli: il testo descrive lo sgorgare delle tre fonti al momento dell'esecuzione, ed indica che il martirio avvenne vicino alla strada, ai piedi di un grande pino secolare.

Su quello che la tradizione cristiana indica come il luogo dell'esecuzione, sorse la chiesetta San Paolo ad Tres Fontes, il cui aspetto attuale è opera di Giacomo della Porta che vi lavorò tra il 1599 ed il 1607. All'interno, su tre livelli diversi, prova dell'antica pendenza del terreno, si trovano le tre fonti, protette da altrettanti monumenti, e la colonna sulla quale San Paolo avrebbe posato il capo al momento dell'esecuzione.
Dal 1950 le fonti sono chiuse.
Nel 1867 furono compiuti degli scavi sotto la chiesetta di San Paolo, e rinvenuto quello che doveva essere il pavimento di una costruzione più antica: una lastra datata al secondo anno del pontificato di Sergio I (689), indicante il restauro di questo edificio, ed alcuni frammenti marmorei decorati con disegni a fasce, attribuiti (forse erroneamente) al VI – V sec. E' probabile che la chiesa fu eretta tra il VI ed il VII secolo su un antico luogo di culto legato alla memoria dell'apostolo, affidata da Papa Gregorio Magno (590 – 604) ai religiosi della Basilica di San Paolo fuori le mura, i quali avevano cura di tenervi sempre accesi dei lumi.
Alcuni scavi eseguiti occasionalmente dai monaci Trappisti nel 1878, portarono alla luce alcune monete romane d'epoca neroniana, pigne fossili e tre ciocchi di pino; questi reperti a prima vista sembrerebbero confermare quanto tramandato dallo scritto apocrifo, anche se a giudizio di alcuni sarebbero da riferire alla presenza sul luogo di una sorta di masseria con annessa pineta, d'epoca alto medievale (V–VI sec.): " Semmai dunque le pigne e la pineta vanno correlate alla massa esplicitamente menzionata dallo Pseudo Marcello ed esistente nei secoli V-VI, così come l'albero del pino della stessa narrazione. Alla luce di ciò, anche le monete neroniane, (...) assumono un valore diverso che è quello di testimonianza di semplice frequentazione in un certo periodo (...). Una pineta doveva esistere anche in precedenza, considerando la longevità dei pini, ma non credo sia scientificamente provabile la sua presenza in età apostolica" (U. Broccoli, L'Abbazia delle Tre Fontane).

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Iscrizione sul portico dell'Abbazia che ricorda l'affidamento del luogo ai Cistercensi da parte del papa
Foto di P. De Marco, © 2002
Il Martirologio Gerominiano, uno dei più antichi calendari liturgici della Chiesa primitiva, la cui prima compilazione risalirebbe al V secolo, collega la zona con la commemorazione dei martiri cristiani, Statteo, Floriana e Faustina.
Dal VII secolo, pochi anni dopo il suo martirio avvenuto nell'anno 624, la reliquia della testa di Sant'Anastasio, monaco persiano, era conservata alle Acque Salvie: Martyrologium Hieronimianum, al 22 gennaio, " Romae ad Aquas Salvias sancti Anastasi Martyris".

Secondo il "Chronicon" redatto intorno al x secolo dal monaco Benedetto del Soratte, la fondazione del monastero delle Tre Fontane sarebbe da attribuire al generale di Giustiniano, Narsete, patricius Italiae (governatore d'Italia) dal 561 al 568: " Il patrizio Narsete costruì la chiesa col monastero del Beato Paolo apostolo, che viene detto alle Acque Salvie; si venerano le reliquie del Beato Anastasio martire".

Data comunque la scarsità di documenti scritti o testimonianze di fonte certa relative ai primi secoli, è difficile ricostruire con precisione la storia della località ad Acque Salvie precedente all'insediamento dei cistercensi in epoca medioevale; i pochi punti certi sono, oltre l'identificazione antichissima della località come luogo del martirio di San Paolo e quindi l'esistenza di un edificio di culto a questi dedicato, la presenza già dal V–VI secolo d'una massa rurale in prossimità d'un cimitero precostantiniano con reliquie e sepolture di martiri, l'insediamento dal VI-VII sec. d'una comunità di monaci della Cilicia, per ospitare i quali Papa Onorio I (625-638) fece costruire un monastero adiacente alla chiesa. La presenza d'un complesso composto di diversi edifici, tra i quali un monastero e la basilica di Sant'Anastasio, va fatta risalire al VIII ed il IX secolo.

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Veduta dell'interno
Foto di P. De Marco, © 2002
All'interno del complesso abbaziale si trova la chiesa di S. Maria Scala Coeli, sorta su un antico tempio pagano; nella cripta sotterranea si trova una cella di dimensioni ridotte, dove San Paolo sarebbe stato tenuto prigioniero prima di subire il martirio. Una lapide ricorda l'esecuzione nell'anno 298 del tribuno Zenone e di 10203 legionari convertiti al Cristianesimo e qui martirizzati sotto Diocleziano, dopo essere stati prima impiegati come schiavi per la costruzione delle terme.

La chiesa attuale, opera anch'essa di Giacomo della Porta, risale al 1582- 84, ma sul luogo esisteva certamente da tempo antichissimo un luogo di culto cristiano.
Il nome deriva da una visione avuta da San Bernardo nel 1138; durante la celebrazione della Messa in un momento d'estasi, ebbe l'immagine di una scala percorsa da angeli che trasportavano in Paradiso le anime liberate del Purgatorio; alla sommità della scala queste erano accolte da Maria, la Madre celeste.
Con la fine dell'VIII secolo ebbe inizio quella che si può definire la fase di maggior splendore; di questo periodo è la prima datazione "certa" di un'ecclesia e di numerosi edifici che costituiscono il santuario. E da questo periodo iniziano ad essere documentate le donazioni d'arredi e paramenti sacri fatte da diversi papi al monastero di Sant'Anastasio. Rilevante la donazione del 805 fatta al monastero da Carlo Magno e Papa Leone III della città d'Ansedonia e dei territori d'Orbetello, monte Argentario, Marsigliana e l'isola del Giglio.

Il monastero e tutta l'area subirono nel tempo un lento processo di decadenza e d'abbandono che spinsero il Papa Gregorio VII nel 1080, ad affidarne la gestione ai monaci benedettini dell'Abbazia di Cluny, sostituendoli alla primitiva comunità greco-armena.
Nonostante i lavori di restauro e riassetto delle costruzioni esistenti, a causa delle condizioni malsane del luogo, dove la malaria mieteva numerose vittime tra i religiosi, le condizioni del monastero continuarono ad essere precarie ed il degrado sempre più evidente, tanto che nel 1140 il papa Innocenzo II decise di rimuovere la comunità benedettina ed affidare il complesso a San Bernardo, l'abate di Clairvaux, ed alla Congregazione Cistercense. La costruzione dell'Abbazia attuale risale appunto a quel periodo, anche se ad un primo intervento di restauro comandato dallo stesso Innocenzo II prima ancora dell'arrivo sul posto dei Cistercensi, seguì un lungo lavoro di ricostruzione e d'adattamento alle esigenze della comunità, tanto che la consacrazione della chiesa avvenne nel 1221.

La decisione del papa era un gesto di riconoscenza per l'opera prestata da San Bernardo durante lo scisma d'Anacleto II; un'inscrizione latina sul portico d'ingresso dell'Abbazia, ricorda questa donazione.
Nel 1306 il monastero fu completato con la costruzione del chiostro e della sala capitolare. Quando intorno al 1370 giunsero dal Portogallo le reliquie di San Vincenzo, il nome di questo martire spagnolo venne aggiunto nel titolo a quello di Sant'Anastasio al quale l'Abbazia era dedicata.

L'Abbazia è la seconda costruita dall'Ordine Cistercense in Italia, dopo quella di Chiaravalle, i cui lavori iniziarono nel 1131.
Pur avendo subito nel tempo alcuni interventi di restauro, l'aspetto attuale della chiesa è rimasto più o meno inalterato dal XIII secolo. Sul lato destro del portico, si trova una statua di San Bernardo, lì collocata nell'ottavo centenario della sua morte (1953).
La costruzione già ricordata come Arco di Carlo Magno, risale alla prima metà del XIII secolo e faceva parte di una cinta muraria con funzione difensive; sono ancora evidenti i cardini di una porta d'ingresso. Sulle lunette della volta rimangono tracce d'affreschi risalenti al '200, alcuni dei quali si riferiscono alle donazioni dell'imperatore. In particolare alcune scene ritraggono dei guerrieri in armi, dietro ai quali si intravede un gruppo di monaci; forse un'allusione alle Crociate ed agli stretti rapporti tra i Cistercensi e i Templari?

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Oltre la cancellata, s'indovina sul fondo l'altare con alle spalle il coro dei monaci
Foto di P. De Marco, © 2002
Veduta dell'Arco di Carlo Magno dal piazzale che immette al complesso; sullo sfondo l'Abbazia
Foto di P. De Marco, © 2002
L'ingresso all'Abbazia avviene attraverso una piccola porta in legno sul lato sinistro della facciata di fondo, gemella d'una seconda sul lato destro. Il grande portale centrale viene aperto solo in occasione di particolari solennità.
All'interno si viene accolti da un'atmosfera mistica e surreale, caratterizzata dal silenzio solenne ed accresciuta dalla scarsa illuminazione; la chiesa, ad eccezione della celebrazione delle funzioni religiose, si trova in uno stato di relativa penombra, dal quale i particolari emergono e si presentano al visitatore in maniera graduale.

Lo stile sobrio ed essenziale è quello tipico delle costruzioni cistercensi, privo d'ornamenti e decorazioni lussuose. La chiesa si presenta con pianta a croce latina, divisa in tre navate, abside quadrata e cappelle laterali.
Sui pilastri di sostegno alle volte delle navate laterali, sul versante che guarda la navata centrale, sono riprodotti degli affreschi che rappresentano gli apostoli e due scene della vita di Gesù: "Cristo e la Maddalena" e "il Battesimo nel Giordano". I dipinti, d'autore sconosciuto, sarebbero ispirati ad alcuni cartoni opera di Raffaello che li avrebbe preparati per dipingere un salone in Vaticano.

Particolare curioso e al tempo stesso ricco di fascino, su molti dei dipinti sono visibili scritte ed incisioni lasciate nel tempo dai pellegrini che hanno visitato la Chiesa: spesso è leggibile la data e facendo attenzione è possibile leggerne alcune vecchie di secoli.
Proprio le scritte più antiche, sono quelle collocate più in alto e ciò si spiega con i lavori di restauro compiuti verso la seconda metà dell'ottocento, quando il pavimento dell'Abbazia, così come il portico e l'area circostante, sono stati ribassati. Segni di quest'opera di riassetto sono visibili nelle colonne del portico d'ingresso, che si presentano con un doppio basamento.
A circa metà della chiesa, una cancellata in ferro divide la zona riservata ai monaci da quella per l'assemblea, e viene aperta solo durante la celebrazione della messa.

Rispettando il silenzio durante i momenti di preghiera dei monaci, la visita di questo luogo così ricco di storia trasmette delle sensazioni d'intensa spiritualità; l'atmosfera mistica e solenne della chiesa, avvolge il visitatore trasportandolo in una dimensione senza tempo e, al di là d'ogni credo e convinzione religiosa, comunica un sentimento di serenità e di pace interiore.

Nel 1808, a causa delle disposizioni napoleoniche che prevedevano la confisca dei beni e delle proprietà degli ordini religiosi, i monaci Cistercensi furono costretti ad abbandonare il monastero e l'Abbazia che subirono un progressivo declino. Il papa Leone XII in visita al complesso nel 1826, quando oramai l'autorità pontificia era stata ristabilita, trovò il luogo in uno stato di profonda desolazione e affidò quindi la tenuta ai francescani della chiesa di San Sebastiano; causa l'ambiente malsano e il degrado delle strutture, i frati minori non risiedevano sul posto, rientrando in città al tramonto.
Nel 1868 papa Pio IX affidò il complesso ai monaci Trappisti (Cistercensi della stretta Osservanza) che si impegnarono a ricostituire una presenza stabile sul luogo, composta da almeno 14 religiosi; la comunità cominciò una lenta e difficile opera di recupero della zona, paludosa e malarica.

Negli anni dopo l'unità d'Italia del 1870, i monaci siglarono un accordo con lo Stato italiano per la bonifica del territorio, impegnandosi a piantare 125000 piante d'Eucalyptus, quale rimedio per debellare la malaria, ricevendo in enfiteusi perpetua la tenuta delle Tre Fontane.
La bonifica definitiva venne comunque ottenuta solo nei primi anni del 1900, grazie al prosciugamento di un piccolo stagno formatosi nei pressi del convento e all'impiego delle zanzariere. Dal 1903 fu possibile ai religiosi trascorrere un intero anno al monastero, che prima d'allora veniva abbandonato durante i mesi estivi.
Sotto il fascismo, parte del territorio dell'Abbazia venne espropriato per realizzare l'Esposizione Universale Romana (l'attuale quartiere EUR), che si sarebbe dovuta tenere nel'42.

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Veduta dell'interno
Foto di P. De Marco, © 2002
Acquasantiera
Foto di P. De Marco, © 2002
Nonostante l'espandersi della città e le mutazioni subite dell'ambiente abbiano radicalmente trasformato la zona circostante, la vita dei monaci all'interno del monastero prosegue più o meno invariata da secoli, scandita come vuole la regola di San Benedetto, da momenti di preghiera e di lavoro.

Potrebbe forse apparirci anacronistico che in quest'epoca moderna dominata dalla tecnologia più avanzata (nella quale i progressi ed i miglioramenti in ogni campo rendono la vita più comoda), esistano ancora realtà simili, come una comunità di monaci che sceglie di vivere in maniera ritirata ed austera, dedicando gran parte della propria giornata alla preghiera.
Il sopravvivere di luoghi come l'Abbazia delle Tre Fontane e della comunità di Monaci che qui risiede, provano l'infondatezza dei nostri interrogativi.
Tutte le foto pubblicate in questo articolo sono opera di Pierfrancesco De Marco

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