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Breve storia della basilica di Santa Sinforosa presso l'antica Tibur. Una memoria da salvare

La Basilica di Santa Sinforosa preso l'antica Tibur, vero e proprio tesoro medievale da salvare, è una memoria interessante della campagna romana, che ha avuto il suo periodo di massimo splendore tra il tardo antico ed il medioevo
Breve storia della basilica di Santa Sinforosa presso l'antica Tibur. Una memoria da salvare

La basilica di Santa Sinforosa

La Basilica di Santa Sinforosa, situata al Km 17.400 della Via Tiburtina, a circa mt. 50 dall'antico asse viario pressoché coincidente con quello attuale, è oggi costituita dai resti dell'abside e del presbiterio di quella che è stata definita, dallo Stevenson[1], che vi effettò estesi scavi alla fine del secolo scorso, la basilica maior, le cui mura appaiono conservate fino all'altezza delle volte.
L'edificio, connesso al culto della martire di Tivoli, Sinforosa, costituisce un importante monumento dal punto di vista archeologico, architettonico e storico.
Le più rilevanti fonti letterarie antiche, infatti, tra cui il Martirologio Geronimiano e la Passio Sanctae Sympherosae, ricordano il luogo di deposizione del corpo della martire e dei suoi sette figli, al IX miglio della Tiburtina, e riportano la vicenda del martirio della santa, gettata nell'Aniene in suburbano eiusdem civitatis (l'antica Tibur) sotto l'imperatore Adriano[2].
Menzionata negli itinerari medievali cum multis martyribus, la figura di Sinforosa rileva una spiccata devozione da parte dei pellegrini del tempo, dal momento che le sue reliquie vengono indicate tra quelle da visitare nella città di Roma.
A questa venerazione, iniziata con la pace religiosa come ha più volte sottolineato il Testini[3], va connessa la costruzione del complesso paleocristiano costituito da due edifici di culto di datazione e forma diversa, simmetricamente disposti rispetto al punto di tangenza delle absidi[4].
Di questi il più antico, riferibile alla fine del III, inizi del IV sec. d.C., era costituito da una memoria triabsidata, di modeste dimensioni (m. 15 X 19), all'interno della quale dovevano essere state deposte le onorate spoglie . Ad esso, in un periodo posteriore che si può ascrivere tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, venne aggiunta una basilica di dimensioni maggiori, atta ad accogliere la moltitudine dei devoti alla santa.
Proprio per esigenze di carattere devozionale si sentì, in tale occasione, la necessità di creare un punto di collegamento tra la basilica maior e la cella memoriae, che avvenne tramite l'apertura, nelle absidi contrapposte, di una fenestella confessionis, permettendo in tal modo ai fedeli la visione del luogo di deposizione dei martiri.
La basilica maior, preceduta da un nartece, era un ampio edificio di m. 40 x 20 circa, diviso in tre navate scandite da una doppia fila di sei pilastri e terminante con un abside affiancata ai lati da due secretiores aedes. Presentava, come evidenziarono gli scavi dello Stevenson, una copertura a capriata, mentre l'interno era decorato da affreschi di cui, al momento dei sondaggi, fu possibile individuare quello dell'abside a "bande e festoni".
Lungo l'abside e nel presbiterio, inoltre, vennero rinvenuti i resti di piccoli fori che hanno fatto pensare ad intarsi marmorei posti fino a tre metri dal piano del pavimento, sormontati a loro volta da una cornice di marmo situata alla base degli affreschi, che dovevano ornare anche la volta.
Abside e presbiterio erano separati da transenne (plaustra) di cui sono state rinvenute le tracce di fondazione.
L'illuminazione interna era ottenuta da una serie di finestre aperte lungo il muro della navata centrale, larghe m. 2,20, mentre aperture minori illuminavano le navatelle.
L'area del presbiterio, inoltre, doveva essere priva di finestre per creare un suggestivo contrasto di luci ed ombre avvicinandosi progressivamente alle tombe venerate.
L'assedio longobardo del 756, che vide la devastazione della campagna romana e delle sue chiese, fu quasi certamente la causa per cui il Papa Stefano III, nel 757, fece traslare le reliquie della martire tiburtina e dei suoi figli intra moenia, presso la chiesa di S. Angelo in Pescheria, come riporta una iscrizione di piombo scoperta nel 1562 in cui si ricorda che "hic requiescunt corpora sanctorum Symphorosae et viri sui Zotici et filiorum eius a Stephano papa traslata".
A tale situazione può riconnettersi l'abbandono del complesso paleocristiano e la conseguente fase di spoliazione ad esso relativa.
Abbiamo ancora notizie della basilica nel 944 in una bolla di Martino III ed in una del 991 di Papa Giovanni XV. Nel 1124 la chiesa di Santa Sinforosa è ancora menzionata come appartenente al monastero di San Ciriaco di Roma.
Nel 1585 viene ricordata da Marco Antonio Nicodemi tra le rovine del nono miglio della Tiburtina e nel 1632 il Bosio[5] riporta di aver visto i resti della basilica di Santa Sinforosa e dei suoi figli di cui "rimangono tuttavia le parietine in un fondo dè Maffei, il quale fondo oggidì ritiene ancora la denominazione da quelli Santi".
Nel 1660 la chiesa viene ricordata come "Anticaglia" in una vignetta della mappa 429/6 del Catasto Alessandrino.
Nel 1676 nella pianta del Falda di Roma è ancora riportata la menzione di "S. Sinforosa", mentre nel 1737 viene rinvenuta vicino ai resti della basilica paleocristiana sulla Tiburtina, in proprietà Maffei, una iscrizione, oggi conservata al Museo Maffeiano di Verona (n. 153,1) ove sono riportati i nomi di una Cornelia Sympherusa e di sua figlia Claudia Primitiva[6], databile per i caratteri paleografici al II sec. d.C., che hanno fatto ritenere possibile, allo Stevenson, la presenza di un mausoleo della famiglia della santa al IX miglio della Tiburtina, anche se l'identificazione di questa Cornelia con la martire di Tivoli non sembra, al momento, sostenibile.
Nel 1745 la basilica è ricordata dal Vulpio[7] come "magnifica struttura" e ancora nel 1828 viene ricordata dal Sebastiani[8] che ne descrive le vestigia.
Nel 1877 lo Stevenson, dopo averne individuato i resti, chiede ed ottiene dal duca Grazioli, allora proprietario del sito, il finanziamento per gli scavi del complesso . Gli anni successivi che vanno dal 1940 al 1960 hanno visto la distruzione del muro nord e dell'angolo sud est della basilica per la creazione della linea ferroviaria Roma-Tivoli e l'abbattimento dell'intera metà nord della chiesa per pubblici lavori di ampliamento della via Tiburtina.
Ultimi interventi che hanno interessato l'area sono stati gli scavi dell'Istitute of Fine Arts di New York e dell'Accademia Americana di Roma, condotti da R.W. Stappleford nella seconda metà degli anni '70 del secolo scorso[9].
La lunga fase di frequentazione del sito, che va dal periodo romano al medioevo, come testimoniano le fonti appena ricordate, evidenziano in maniera inequivocabile la grande importanza rivestita dal complesso di Santa Sinforosa presso Tivoli.
Va peraltro ricordato che fra il IX e il XVII secolo l'area fu anche utilizzata come sepolcreto da una comunità locale, il cui desiderio di trovare sepoltura sotto la protezione della santa testimonia, per un lungo periodo di tempo, la profonda venerazione riservata dagli abitanti del territorio tiburtino alla martire, tuttora protettrice della città da cui ebbe i natali.
La basilica di Santa Sinforosa è, oggi, difficilmente rintracciabile.
Immersa nella campagna romana in un fondo privato, interamente ricoperta da vegetazione infestante nei lacerti sempre più esigui delle originarie strutture, l'antica aula giace, infatti, negletta ed obliata, in un lento ed inesorabile declinare di un lontano splendore offuscato dal silenzio dei secoli di abbandono.

L'autrice intende esprimere un particolare, sentito ringraziamento al dottor Zaccaria Mari, amico e collega, insigne genius loci del territorio tiburtino.

Note

  1. Stevenson, S. Sinforosa, pp.1-92;
  2. "L'imperatore Adriano si era fatto fabbricare un palazzo e voleva consacrarlo con i soliti nefandi riti pagani. Cominciò a chiedere con sacrifici i responsi agli idoli e ai demoni che abitano in essi e tale fu la risposta: "La vedova Sinforosa, con i suoi sette figli, ci strazia tutti i giorni invocando il suo Dio. Pertanto, se costei, con i suoi sette figli, sacrificherà secondo il nostro rito, vi promettiamo di concedere tutto ciò che chiedete". Adriano quindi la fece imprigionare con i figli e con fare insinuante cercava di esortarli a sacrificare agli dei. Ma Sinforosa gli disse: "Il mio sposo Getulio e suo fratello Amazio, mentre militavano nel tuo esercito come tribuni, affrontarono tanti generi di torture per non consentire a sacrificare agli idoli e, simili ad atleti valorosi, con la loro morte vinsero i demoni. Preferirono infatti farsi decapitare che lasciarsi vincere, soffrendo la morte che, accettata per il nome di Cristo, cagionò loro ignominia nel mondo degli uomini legati agli interessi terreni, ma nel consesso degli angeli diede loro onore e gloria eterna. Si aggirano tra gli angeli ora e, innalzando i trofei della loro passione, godono in cielo la vita eterna con l'eterno re". Rispose l'imperatore a santa Sinforosa: "O sacrifichi con i tuoi figli agli dei onnipotenti, o farò immolare te stessa con i figli tuoi". Soggiunse quindi santa Sinforosa: "Donde mi viene una simile grazia, di meritare di essere offerta come vittima a Dio con i figli miei?". E l'imperatore: "Io ti farò sacrificare ai miei dei". La beata Sinforosa rispose: "I tuoi dei non possono accettarmi in sacrificio. ma se sarò immolata in nome di Cristo mio Dio, avrò la potenza d'incenerire i tuoi demoni". Disse allora l'imperatore: "Scegli una di queste due proposte: o sacrificherai ai miei dei o morirai di una morte tragica.". Rispose allora Sinforosa: "Tu credi che il mio proposito possa cambiare per un qualche timore, mentre il mio desiderio più vivo è di riposare in pace accanto al mio sposo Getulio, che tu facesti morire per il nome di Cristo". L'imperatore Adriano la fece allora condurre al tempio di Ercole e lì dapprima la fece schiaffeggiare, quindi appendere per i capelli. Vedendo tuttavia che in nessun modo e con nessuna minaccia riusciva a farla deviare dal suo proposito, le fece legare una pietra al collo e la fece affogare nel fiume. Il fratello Eugenio, che ricopriva una carica presso la curia di Tivoli, raccolse il suo corpo e lo fece seppellire alla periferia di quella città. Il giorno seguente, l'imperatore Adriano fece chiamare alla sua presenza, contemporaneamente, tutti i sette figli di lei. Quando vide che in nessun modo, né con le lusinghe né con le minacce riusciva a indurli a sacrificare agli dei, fece piantare sette pali intorno al tempio di Ercole e, con l'aiuto di macchine, vi fece affiggere i giovani. Quindi li fece uccidere: Crescente, trafitto alla gola; Giuliano al petto; Nemesio al cuore; Primitivo all'ombelico; Giustino alle spalle; Stracteo al costato; Eugenio squarciato da capo a piedi. L'imperatore Adriano, recatosi il giorno dopo al tempio di Ercole, fece portare via i loro corpi e li fece gettare in una profonda fossa, in una località che i pontefici chiamarono: "Ai sette giustiziati". Dopo ciò vi fu nella persecuzione una tregua di un anno e sei mesi: in quel tempo fu data onorata sepoltura ai corpi dei martiri e furono innalzate delle tombe a coloro i cui nomi sono scritti nel libro della vita. Il giorno natalizio dei santi martiri cristiani Sinforosa e dei suoi sette figli è celebrato 15 giorni prima delle calende di agosto (17 luglio). I loro corpi riposano sulla via Tiburtina, a circa otto miglia da Roma, sotto il regno di nostro Signore Gesù Cristo, a cui sono dovuti onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen". (da F. Cardulo, Acta Symphorosae et sociorum, Roma, 1588);
  3. Testini, Catacombe , p. 179; Testini, Archeologia Cristiana, p.136;
  4. Mari, Tibur III,pp.220-229;
  5. Bosio, Roma sotterranea, p.401;
  6. CIL, XIV, 3915;
  7. Vulpio, Vetus Latium, X, pp. 567-568;
  8. Sebastiani, Viaggio a Tivoli, p.17;
  9. Stappleford, Sinforosa, pp. 1-30;

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Riferimenti Bibliografici

Riferimento bibliografico  Acta Sanctorum quotquot toto urbe coluntur, IV, Parisiis et Romae 1863, p.367;
Riferimento bibliografico  M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Roma, 1942, II ,p.1092;
Riferimento bibliografico  J.T. Ashby, La campagna romana nell'età classica, Milano 1982;
Riferimento bibliografico  A.Bosio, Roma sotterranea, Roma 1632,p.401;
Riferimento bibliografico  G. Cascioli, Bibliografia di Tivoli: codici, manoscritti, stampe. Studi e fonti per la storia della regione tiburtina, Tivoli, s.d., p. 128;
Riferimento bibliografico  G. Cascioli, Memorie popolari dei SS. Sinforosa e figliuoli,Roma, 1899;
Riferimento bibliografico  Corpus inscriptionum latinarum, , XIV, 3915, Berlino 1863;
Riferimento bibliografico  G. De Angelis d'Ossat, Antichi cimiteri della Via Tiburtina, in RAC XXV, 1949,p.122;
Riferimento bibliografico  Z. Mari, Tibur III, "Forma Italiae", I, XVII, Firenze 1983,pp.220-229;
Riferimento bibliografico  E. Moscetti, La basilica martiriale di Santa Sinforosa al nono miglio della via Tiburtina in "Annali di Storia tiburtina", 1998, pp. 41-62;
Riferimento bibliografico  F. A. Sebastiani, Viaggio a Tivoli, Foligno 1828, p.17;
Riferimento bibliografico  R. Stappleford, The excavation of the early christian martyrs complex of Sinforosa near Rome, Ann Arbor, 1976;
Riferimento bibliografico  E. Stevenson, Scoperta della basilica di S. Sinforosa e dei suoi sette figli al nono miglio della Via Tiburtina , Studi in Italia, Roma 1878, pp.1-92;
Riferimento bibliografico  P. Testini, Le catacombe e gli antichi cimiteri cristiani in Roma, Bologna 1966, p. 179;
Riferimento bibliografico  P. Testini, Archeologia Cristiana, Bari, 1980, p.136;
Riferimento bibliografico  R. Valentini - G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, Roma, 1940-53, II, pp.69-70 , 80-82, 135-145;
Riferimento bibliografico  J. R. Vulpio, Vetus Latium Profanum, Roma, 1745, X, pp. 567-568;
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