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Il diario avventuroso di un pellegrino medievale

Le Mont-Saint-Michel: la storia di un'abbazia e di una regione all'epoca dei grandi pellegrinaggi medievali
Il diario avventuroso di un pellegrino medievale

Avvertenza

L'articolo che vi accingete a leggere, ovviamente, non è il vero resoconto di un pellegrino medievale. E' solo un immaginario diario, ricostruito sulla base della documentazione che pubblicheremo in calce all'articolo, realizzato al fine di rendere, se possibile, maggiormente piacevole una lettura estremamente tecnica e storicamente fondata che ha come argomento le abbazie medievali e i pellegrinaggi.
Buona lettura.

L'Autore: Andrea Maugeri

L'inizio

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San Michele e il drago, sopra Mont Saint Michel. Nell'Apocalisse San Michele è il comandante dell'esercito celeste contro gli angeli ribelli del diavolo, che vengono precipitati a terra.
Anno del Signore 1352.

Mi chiamo Gauvain e sono bretone. Ho scritto questo diario per mantenere memoria del mio pellegrinaggio al Sacro Monte. Sono anni difficili per la mia terra. Da poco tempo, 4 anni per la precisione, si è spento l'ultimo fuoco della terribile epidemia di peste che ha decimato le popolazioni delle campagne francesi e ancora, sebbene siano passati 40 anni, la mia terra vive nel terrore di quelle persecuzioni che si sono moltiplicate contro i Cavalieri del Tempio e, prima, contro quei poveri Catari del sud della Francia.

Viviamo dunque in tempi oscuri. E credo di essere nel giusto se affermo che mai, come in questi momenti, la ricerca della speranza divina sia forte in me come in tutti i miei conterranei. Pertanto ho deciso di percorrere la strada che dalla mia natia casa di Cap Frehel porta all'abbazia. Racconterò qui le vicissitudini che ho vissute durante il viaggio e il mio soggiorno presso quel sacro luogo, fin nei minimi dettagli. Ma prima credo sia giusto che tu, lettore, meglio conosca chi hai avuto la ventura di incontrare leggendo queste pagine. Se porto quel nome che menzionai in inizio di pagina è perché il mio è retaggio nobile. Ho servito in qualità di ufficiale di cavalleria a Nantes, presso il castello dei Duchi di Bretagna, e non solo. Anche io sono stato un Cavaliere del Tempio ed ho subito l'offesa del re Filippo il Bello e del Papa in quei giorni terribili del 1314. Dunque puoi facilmente comprendere che sono vecchio e stanco. E tuttavia ho deciso dedicare le ultime forze che Iddio ha voluto concedermi a questo viaggio che ora mi preme raccontare. E quindi iniziamo dal giorno in cui questa avventura ha avuto il primo momento di vita.

Era l'alba di un giorno che sembrava cominciare come qualunque altro. Vivevo, allora, in una piccola casa bianca con il tetto di paglia, sulla sommità di una falesia a strapiombo su quell'oceano tempestoso che tante volte ha destato i miei sonni come un incubo nero e tangibile. In cuor mio sapevo che quella era la vera Bretagna; non certo quella di quei rubicondi frati nantesi, a malapena costretti nelle loro tuniche tanta era la loro florida condizione. Quella mattina che sembrava così eguale a quelle che l'avevano preceduta era invece l'alba della mia partenza. Avevo già pronte sulla mia tavola le provviste per il viaggio. Poche cose, del pane, del formaggio, della carne essiccata, una bisaccia di vino e dell'acqua. Guardai il sole sorgere di là del mare. Ora che stavo per partire il suo colore rossastro sembrava diverso da qualsiasi altra alba io avessi visto in passato. Mi voltai verso il mio giaciglio su cui avevo disteso la mia tenuta di viaggio. La indossai con cura. Avevo scelto un cappello nero con dei fregi marroni di cuoio, una blusa verde, una giacca bianca e delle brache di fustagno anch'esse di colore verde. Ai piedi legai delle semplici scarpe di cuoio ormai liso dagli anni con quelle allacciature tipiche dei pastori che salgono fin su al polpaccio e che si legano quasi fin sotto il ginocchio. In un angolo, vicino alla porta di ingresso riposava un bastone alto quasi un metro e mezzo. Era un vecchio ramo d'olivo che il mare aveva trasportato con la sua forza davanti alla mia casa in uno dei suoi frequenti momenti di collera. Chissà da dove proveniva. Sta di fatto che lo intagliai con il mio vecchio coltello da caccia, anch'esso parte integrante del mio equipaggiamento, fino a modellarlo a guisa di quel bastone santo che Mosè impugnava allorché guidò il suo popolo verso la terra promessa. Forse anche io mi sentivo così quando lo strinsi nelle mie mani. Data un'ultima occhiata alla mia vecchia casa uscii sapendo che non avrei voluto più fare ritorno nel mio dorato eremo bretone.

Mi diressi dunque verso Est, dalla parte da cui sorge il sole, verso la Normandia, la terra di Guillaume, di Guglielmo, il Conquistatore, come lo chiamano al di là del mare. Lì, al confine con la mia Bretagna, si trova l'abbazia di Mont Saint Michel. Pur essendo stato ordinato cavaliere, mai avevo potuto ascendere al monte e venerare l'arcangelo e il Dio Creatore come i miei uffici avrebbero dovuto costringermi a fare. La paura che il mio lignaggio potesse essere scoperto mi impediva di compiere il doveroso pellegrinaggio. Ciò nonostante molto avevo udito di quella santa abbazia di monaci. Di essa dicevano che fosse una prodezza di architettura monastica che si snoda su tre livelli principali attorno alla roccia granitica del Monte. Le cripte e la navata, di quello stile che chiamano romanico, il coro e quella che tutti dicono la "Merveille", la Meraviglia, formavano un vasto complesso la cui bellezza certo era all'altezza della sua importanza per la cristianità tutta. Ai piedi dell'abbazia era un piccolo villaggio con case a graticcio, strette l'una all'altra e abbracciate da una cinta muraria fortificata che tutti asserivano essere costruita sulla sabbia. Vorrò essere maggiormente accurato nella descrizione di quello che si offrì ai miei occhi, che certo superava quanto mi veniva narrato da viandanti e pellegrini. Il Mont Saint Michel e lo scoglio di Tombelaine, situato qualche miglio più a nord, si innalzano al centro di una baia sulla Manche, molto aperta, con una superficie di circa 40.000 ettari. Tre piccoli fiumi costieri, la Sèe, la Se lune e il Couesnon, vi si gettano e vi disegnano maestose anse con la bassa marea. In questa immensa baia, dai confini spesso impercettibili, le maree sono tra le più potenti del mondo. Con l'acqua alta possono raggiungere un'ampiezza di 15 passi ( ca. 15 metri ndA ). Il mare si ritira allora di una ventina di miglia, lasciando scoprire vaste distese di una finissima sabbia di argilla e di calcare, che i locali chiamano la "tangue". Con i flussi il mare si sposta così rapidamente che una leggenda vuole che l'acqua avanzi con la velocità di un cavallo al galoppo. In realtà essa avanza con una media di circa 62 passi al minuto; questa velocità costituisce per i viandanti un pericolo inimmaginabile. Il Monte e Tombelaine, come il monte Dol nella mia Bretagna, sono costituiti da una roccia cristallina resistentissima, la granulite, sorta dal centro della terra, attraversando gli scisti del sottosuolo della baia che si sono a loro volta induriti al contatto. La circonferenza del Mont Saint Michel è di circa 950 passi e la punta più alta si innalza notevolmente al di sopra dei greti. Lo scoglio di Tombelaine ha una base un po' più grande, ma un'altezza inferiore. Questo lo spettacolo si parò davanti ai miei occhi quando giunsi al termine del viaggio che ora, sia pur senza dilungarmi eccessivamente, vorrò raccontare.

Il viaggio

Sapevo per la mia esperienza di Cavaliere Templare che il pellegrino viveva terribili traversie pur di giungere alla propria meta. Ed in verità, quelle stesse terribili traversie rappresentavano il necessario processo di espiazione dei propri peccati che ogni viaggiatore doveva affrontare per presentarsi al Monte con animo sereno. Presi dunque la strada che dalla scogliera scendeva verso l'interno. Quasi subito trovai sul mio cammino una specie di carovana, fatta di vecchi, donne, bambini, uomini d'arme e non solo, chi con un mulo, chi con un cavallo, chi con un carro, tutti diretti, mi dissero verso la mia stessa meta. Decisi dunque di condividere con loro il viaggio che mi ero ripromesso di compiere. In massima parte si trattava di povera gente, ma come ho già detto si poteva incontrare anche qualche nobile individuo, riconoscibile dalla tenuta cavalleresca, dai paramenti sacri del cavaliere, quegli stessi paramenti che anche io ben conoscevo. Nonostante questa disparità di tenore sociale, durante il pellegrinaggio si creava uno spirito di comunità itinerante, legate dalle leggi di solidarietà del comune intento. E dunque queste carovane sfidavano il freddo invernale ed il calore estivo, le intemperie ed i briganti che infestavano il cammino, le malattie e gli imprevisti di un viaggio lungo ed estenuante. Tutto sommato potevo dire di avere non poi così tanta strada da percorrere. Vi era chi proveniva dalla Cote Sauvage, da Vannes, da Lorient, da Nantes e chi da Rennes, o addirittura dal sud della Francia e dalle regioni della Piccardia. Alcuni di coloro che viaggiavano con me, avevano in realtà peregrinato per gran parte della loro vita, essendo prevenuti all'adorazione del sepolcro di San Giacomo in Portogallo e della tomba di Pietro in Roma. Ma il Monte, per chi come me era cavaliere, aveva un diverso valore. Per un cavaliere, San Michele è il santo patrono. Ed esiste un altro Mont Saint Michel, proprio in Italia, in Puglia, per l'esattezza; il santuario e la grotta di San Michele, nei pressi del Monte Gargano, presso cui gli uomini diretti in TerraSanta, che proprio dal Mont Saint Michel provenivano, passata Roma, si fermavano per l'ultimo ufficio sacrale prima di tentare la riconquista dei luoghi santi. Molti di coloro che mi camminavano al fianco mi somigliavano nelle vesti e nell'incedere lento, ma costante. Alcuni recavano immagini sacre, altri croci ed altri santi simboli che tenevano stretti al petto, quasi fossero necessarie ancore nel mare magnum del viaggio che essi compivano. La giornata era scandita dai momenti della preghiera, da una religiosità profonda e convinta, quasi ai limiti dell'isteria, ma che tuttavia mi colpì per devozione e convinzione. Non era la fatica del viaggio a stremarli, né la fame li piegava. La forza della preghiera sosteneva i nobili tanto gli umili, in una sorta di mistica coda diretta da voci inaudibili e lontane, il cui forte richiamo essi tuttavia sapevano cogliere nel fischio del vento che spazzava ora i muschi della costa, ora i boschi dell'interno, ora le rocce e le fronde degli alberi. La vita del pellegrino è una condizione difficile. Si consumano pasti semplici, frugali per meglio dire, si riposa in giacigli improvvisati o spesso e volentieri sulla nuda terra; e si vive nel terrore notturno di un attacco di banditi o di belve fameliche nascoste tra i boschi e i cespugli. In una sera come queste un mio compagno di viaggio, un certo Simon, un contadino delle campagne della Loira, mi raccontò la storia del Mont Saint Michel. La riporto interamente. Originariamente il Mont Saint Michel veniva denominato Mont Tombe, dal latino tardo tumba che ha il doppio significato di tumulo e tomba. A partire dal VI secolo vi risiedettero alcuni eremiti cristiani che vi avevano edificato due santuari; uno era consacrato al primo martire cristiano, il diacono Stefano, l'altro era dedicato al giovane martire di Autun, san Sinforiano. L'introduzione del culto di san Michele è riferita da un manoscritto del X secolo, la Revelatio ecclesiae sancti Michaelis. Secondo questo testo basilare, durante una notte dell'anno 708 il vescovo di Avranches, chiamato Aubert, vide l'Arcangelo in sogno che gli ordinava di costruire una chiesa sulla roccia. Dato che sant'Aubert era titubante, il visitatore celeste dovette apparirgli tre volte; la terza volta gli bucò il cranio con il dito! Avendo infine capito il messaggio, Aubert ubbidì. Fece edificare una cappella che era la replica del Monte Gargano, santuario della Puglia costruito all'interno di una grotta nella quale san Michele sarebbe apparso nel 492. Dato che sul monte Tombe non c'erano grotte, Aubert fece realizzare una costruzione grossolana suscettibile di evocare la grotta italiana. Inviò inoltre due chierici in Italia a cercare reliquie. Questi riportarono un frammento del mantello rosso abbandonato dall'Arcangelo sull'altare del monte Gargano e un pezzo del blocco di marmo sul quale era apparso. Per assicurare la permanenza del culto il vescovo di Avranches lasciò sul posto alcuni canonici regolari. Nel periodo di insicurezza dell'epoca merovingia, il fervore dei fedeli per l'Arcangelo tutelare conobbe un rapido sviluppo. Folle di fedeli vennero a porsi sotto la sua protezione sul Monte Tombe, che divenne così uno dei maggiori luoghi di pellegrinaggio della cristianità medievale e fu presto battezzato "Mont Saint Michel". Da questo racconto, tu stesso che leggi queste mie pagine, avrai capito che Simon non era un semplice pellegrino. Egli compiva il santo cammino verso il Monte con la medesima devozione di noi tutti, ma con un elemento che lo rendeva, se possibile, ancora più ardente nella sua fede; era egli stesso un monaco. Volle così proseguire nella sua opera di elevazione della mia cultura, che sebbene notevole visti i miei trascorsi, era tuttavia piacevolmente stimolata dalle nozioni che Simon mi impartiva mentre il fuoco del campo strepitava e qualche scintilla moriva sui verdi prati su cui eravamo seduti.

La vita monastica e la meraviglia dell'occidente

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Mont Saint Michel, Monastero
Il monaco Simon vestiva una lunga tunica nera con un cilicio di cuoio e due semplici calzari. Portava sempre il caratteristico cappuccio calato sul viso e gli occhi si vedevano appena. Ma doveva essere un bell'uomo, dagli occhi di un azzurro paradossalmente fiammeggiante. Continuò con voce melodiosa la sua esposizione. Monaco e monastero derivano dal greco "monos" che significa solo. Il monaco è colui che si ritira dal mondo per offrirsi a Dio. Alcuni monaci vivono isolati; sono gli eremiti o gli anacoreti. Altri vivono in comunità come fratelli e vengono chiamati cenobiti. I cenobiti seguono una regola tra le quali la più celebre è quella composta da san Benedetto verso il 534. San Benedetto pone alla guida del monastero un abate, da cui è derivata la parola abbazia. Eletto a vita dai monaci, l'abate deve governare come un padre, nello stesso tempo deciso e misericordioso. I benedettini pronunciano i tre voti tradizionali: obbedienza all'abate, povertà e castità; aggiungendovi quello di stabilità che li impegna a fissarsi in un monastero e a non errare da un luogo all'altro. La spiritualità benedettina è fondata sulla meditazione biblica (lectio divina) e sulla lode di Dio o servizio divino (Opus Dei). Ogni giorno i monaci si recano sette volte in chiesa per pregare: all'alba, di mattina, e poi durante tutta la giornata, alle funzioni di prima, terza,sesta, nona, vespri e compieta. Si alzano anche nel cuore della notte per le veglie. Vanno in chiesa anche per la messa mattutina e per la messa solenne. Oltre la preghiera i monaci lavorano perché la comunità deve provvedere al proprio bisogno. Il motto dei benedettini è semplicissimo : "Ora et Labora". Finite di dire queste parole sorrise e mi guardò negli occhi. Ero sospeso ad osservare il fuoco scoppiettante del campo, intento a ripensare a quella regola che anche noi Templari conoscevamo, quel testo fondamentale che regolava la nostra vita di ogni giorno, nei gesti grandi ed in quelli piccoli, scritta da San Bernardo di Clairvaux. Rivolto che fui verso Simon, gli sorrisi di rimando e gli chiesi donde gli venisse quella conoscenza così approfondita di Mont Saint Michel. Lui dapprima scoppiò a ridere, quasi stupefatto della mia domanda, poi si riprese e mi rispose...che stava tornando a casa.

Il mattino seguente, durante la marcia, Simon riprese il suo racconto. Nella seconda metà del IX secolo, mi disse, lo sviluppo del centro di pellegrinaggio è stato perturbato dalle invasioni normanne che,tuttavia, non ne hanno interrotto del tutto il funzionamento. Il santuario ha conosciuto in seguito una nuova prosperità quando il Cotentin è stato unito alla Normandia, nel 933. I nuovi signori della regione hanno allora capito rapidamente l'importanza del pellegrinaggio e l'hanno posto sotto la loro protezione. Su richiesta del terzo duca di Normandia, Riccardo I, alcuni monaci benedettini di Fontanelle (l'attuale abbazia di San Wandrille, Seine Marittime, ndA) si stabilirono al Monte nel 966, rimpiazzando i canonici i quali, secondo i loro successori, non menavano più una vita edificante. Da quel momento la nuova abbazia non cessò di prosperare, grazie alla generosità dei pellegrini e alle rendite lasciate al cenobio dai grandi di questo mondo. Agli inizi dell'XI secolo la comunità contava già una cinquantina di monaci; nel corso della seconda metà del XII secolo il loro numero raggiunse presto sessanta, cifra che non è mai stata superata. I monaci innalzarono dapprima durante l'XI e il XII secolo, un'abbazia romanica, che comprendeva una grande chiesa situata sulla sommità del promontorio e in basso – a nord, a ovest e a sud – un insieme di edifici conventuali su tre livelli. Per mancanza di spazio e a causa della configurazione del promontorio, era impossibile realizzare un monastero con costruzioni equamente distribuite intorno al chiostro. Questi edifici non servivano esclusivamente ai religiosi. Essi permettevano anche di ospitare i pellegrini. Probabilmente più che altrove, pur privilegiando il lavoro intellettuale, i monaci non si accontentavano soltanto della preghiera e del lavoro quotidiano, ma accoglievano pellegrini sia umili che potenti, come aveva loro raccomandato san Benedetto. Una parte di questi edifici scomparve nel 1204, quando Filippo Augusto riunì al regno di Francia il ducato di Normandia, le cui sorti erano legate all'Inghilterra dal 1066. Il re di Francia fu aiutato nella conquista da soldati bretoni che incendiarono il Monte. E a queste parole, sollevò lo sguardo verso di me. Quella luce che dicevo più sopra si accese per un momento e mi fulminò, quasi volesse accusarmi di quel misfatto per il semplice motivo del mio essere bretone. Poi proseguì. Filippo Augusto, desideroso di far dimenticare la triste iniziativa dei suoi alleati, non badò a spese per restaurare l'illustre monastero. Infatti quest'ultimo non rimase a lungo in rovina e le residenze distrutte furono presto sostituite dal celebre edificio della "Merveille", la Meraviglia, innalzato in pochi anni, a nord della chiesa. In seguito, edifici comprendenti gli appartamenti dell'abate e sale riservate ai servizi temporali del monastero completarono verso est e verso sud la cinta delle costruzioni che circondano la chiesa.

I pellegrini e il Mont Saint Michel

Simon decise dunque di raccontarmi del rapporto tra il monte e i suoi pellegrini. A quanto pare il primo pellegrino noto è un monaco franco chiamato Bernardo, il quale, di ritorno da un viaggio a Roma e al Gargano, si recò al Mont Saint Michel verso l'867 – 868. Il numero dei pellegrini aumenta a partire dall'XI secolo contemporaneamente al moltiplicarsi di resoconti sui miracoli: una giovane di Lisieux sorpresa dai dolori del parto in mezzo alla baia, fu risparmiata dalla marea; una forza soprannaturale impedì ad un'altra donna, in peccato mortale, di salire all'abbazia prima della confessione; un italiano si ammalò per aver portato via una pietra del Monte senza l'autorizzazione dei monaci; un religioso guarì dopo aver bevuto l'acqua nella quale avevano immerso la testa di sant'Aubert; un altro religioso, colpito dalla stessa malattia, rifiutò di bere quest'acqua e morì...

Come ho avuto modo di dire prima, il gruppo di pellegrini nel quale mi trovo a vivere questa traversata è decisamente animato da un fervore fideistico non comune. Molti di loro rientrano in quelli che al giorno d'oggi sono definiti i "pastorelli", giovani e bambini, molti dei quali sono guardiani di greggi, spinti verso il Monte da una forza invisibile. Tutti questi pellegrini, senza distinzione di condizione, seguono strade convergenti verso il Monte, chiamate i "sentieri del Paradiso". Vi trovano alloggi per la sosta e ospizi per riposarsi e curarsi. Ed ho altresì fatto già menzione del fatto che le strade non erano sempre molto sicure, vi si incontravano spesso briganti che assalivano i pellegrini per derubarli. Una volta giunti al Monte questi ultimi dovevano affrontare anche altri pericoli : nel 1318, ad esempio, tredici pellegrini morirono per soffocamento a causa della folla che si ammassava nel santuario, altri diciotto annegarono nella baia e una dozzina di essi furono inghiottiti dalle sabbie mobili. Un proverbio normanno, mi disse Simon, ricorda ai pellegrini di regolare i propri affari : "prima di salire al Monte fai testamento". Due festività, oltre a quelle per così dire tradizionali, richiamano numerosi pellegrini : l'8 maggio o la domenica più vicina a questa data, in cui si commemora l'apparizione dell'Arcangelo Michele sul Monte Gargano, e il 29 settembre, anniversario della consacrazione del santuario di Roma, dedicato a San Michele nel VI secolo.

Il villaggio e le mura

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Mont Saint Michel
Giunti che fummo all'abbazia, il monaco Simon si offrì di farmi da guida. Ecco il resoconto della mia visita al Mont Saint Michel.

La storia del villaggio è strettamente legata a quella dell'abbazia: è l'affluenza dei pellegrini che ha spinto quei fastidiosi commercianti di icone a stabilirsi sul promontorio. Gli albergatori e i mercanti di cose sacre ( sempre pronti come avvoltoi a lanciarsi sul malcapitato di turno cercando di strappargli qualche moneta di bronzo in cambio di favolose reliquie...) proliferano. Il villaggio si rannicchia dietro le mura formando alla base del Monte uno zoccolo così potente che lo rese inespugnabile per lungo tempo. Le mura furono in gran parte concepite dall'abate Jolivet. Alcuni elementi delle fortificazioni, come la torre Nord, sono anche più antiche delle presenti; la torre nord stessa, cilindrica, appollaiata sullo sperone roccioso, poteva essere assalita soltanto arrampicandosi o mediante un lavoro di scalzamento. Le mura innalzate successivamente sono meno alte, in modo da offrire meno facilmente il destro ad un attacco. Le cortine e le torri sono della stessa altezza e riunite da un sentiero di ronda continuo che permetteva ai difensori di spostarsi rapidamente da un punto ad un altro della fortezza. La configurazione delle torri è studiata per migliorare i tiri di fiancheggiamento. Le torri del Re e dell'Arcade presentano una pianta circolare tradizionale, mentre la torre Beatrix prende la forma di un ferro di cavallo che permetteva una gittata più ampia. La torre Boucle, bastione cilindrico a difesa delle pareti del fossato ovest, è stata realizzata dal luogotenente Gabriel du Puy. L'ingresso alla città era difeso anch'esso da tre porte che costituivano tre ostacoli successivi. La prima, la porta dell'Avenceè è stata aggiunta da Gabriel du Puy; precede un cortile di forma triangolare. La seconda a protezione del rivellino detto del "Boulevard", e la seconda, la porta del Re, sono opera di Louis d'Estouteville. L'unica strada del villaggio è circondata da costruzioni tra le quali sono ancora alcune antiche, come la case dell'Arcade, che fa tutt'uno con la torre dallo stesso nome, l'albergo della Lycorne, con la dipendenza posta a cavalcavia e ricoperta di legno di castagno, l'ostello della Sirena che mostra una di queste nuove facciate a graticcio o ancora il vecchio forno il cui pignone poggia su due archi di granito. Il villaggio dispone anche di un cimitero, ai piedi della chiesa parrocchiale dedicata a San Pietro, diventato il centro del pellegrinaggio di San Michele.

Tombelaine

Battuto dai flussi ad ogni alta marea, Tombelaine, mi disse Simon, servì ben presto da rifugio ai monaci del Mont-Saint-Michel che venivano a cercarvi la calma di cui avevano bisogno. Nell'XI secolo, Robert de Tombelaine e Anastasio il Veneziano, due tra i monaci più colti della comunità, vi si ritirarono per qualche anno. Un secolo dopo, Bernard du Bec, abate del Monte, vi edificò un priorato la cui chiesa, dedicata alla Vergine, divenne la meta di un piccolo pellegrinaggio, complementare a quello dell'Arcangelo. Agli inizi del XIII secolo gravi dissensi in seno alla comunità del Monte costrinsero l'abate Jourdain a ritirarsi nel priorato di Tombelaine, dove morì nel 1212.

Le Mont Saint Michel

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Mont Saint Michel, pianta
Simon proseguì il suo racconto e la sua piacevole voce accompagnava ciò che i miei occhi esterrefatti avevano modo di vedere. D'un tratto prese a raccontarmi un aneddoto che voglio riportare qui. Mentre sant'Aubert pregava per trovare una sorgente d'acqua dolce, l'Arcangelo gli apparve e gli mostrò ai piedi del Monte, sul lato nord, una fontana, la quale sarebbe stata utile non solo per appagare la sete ma anche per guarire i malati. Questa fonte miracolosa, oggi prosciugata, è servita ad approvvigionare il Monte fino all'installazione di cisterne nell'abbazia. Una di esse, la cisterna dell'Ospizio, fu costruita a ridosso di un edificio destinato al cappellano, da allora soppresso. Si tratta di un elegante costruzione quadrangolare le cui pareti sono ornate su tre lati da archi trilobati e da un fregio a fogliame.

La chiesa preromanica

La venerabile chiesa conosciuta con il nome di Notre Dame sous Terre è un luogo di culto modesto, poiché misura soltanto 14 passi per 12; un muro mediano nel quale si aprono due archi a tutto sesto, la divide in due navate gemelle; ogni navata è chiusa ad est da un'abside quadrata sormontata da una tribuna, nella quale probabilmente erano un tempo non lontano esposte le reliquie. Sono assenti le semi colonne verticali che sottolineano solitamente la separazione in campate, così come le fasce orizzontali in pietra; le pareti non presentano alcuna articolazione, l'architettura rimane semplice e robusta, nondimeno le proporzioni restano armoniose. L'edificio doveva essere ricoperto da un intonaco dipinto, di cui è ancora visibile qualche frammento. Le pareti presentano uno spessore notevole e sono costituite da massi di granito squadrato in modo grossolano e posti di taglio; gli archi sono approntati laterizi piatti collegati da uno spesso strato di malta di calce; nei piedritti delle antiche finestre i laterizi si alternano con modiglioni di granito. Tutte queste caratteristiche portano il segno degli edifici del X secolo; si ritrovano in alcuni edifici della stessa epoca in Normandia, di cui i più conosciuti sono Sant Aubin di Viex Pont en Auge (Calvados) e Notre Dame outre l'Eau di Rugles (Eure). Notre Dame sous Terre è stata costruita probabilmente dai primi monaci benedettini verso il 966, durante il regno di Riccardo I, duca di Normandia. La chiesa ha con buona probabilità sostituito l'oratorio eretto da Sant'Aubert nel 708-709. Addossato al promontorio, nel X secolo, l'edificio era aperto su tre lati. Nella seconda metà dell'XI secolo venne trasformato per servire da fondamenta alle prime tre campate della navata centrale della chiesa abbaziale; in quell'occasione fu allungato da ovest e per un terzo della lunghezza da una specie di narcete. In seguito è stato inglobato nelle costruzioni del monastero romanico che lo circondano a nord, ad ovest e a sud.

La Meraviglia

La Meraviglia, i cui potenti contrafforti esterni sottolineano lo slancio verticale, è stata edificata fra il 1212 e il 1228 in seguito all'incendio provocato dai soldati bretoni alleati di Filippo Augusto. Diversi motivi ci chiariscono la rapidità della ricostruzione del monastero: da una parte il re di Francia finanziò il cantiere per via del suo interesse nei confronti del santuario; dall'altra, l'edificio preesistente non era stato interamente distrutto dal fuoco e poteva quindi essere in parte recuperato. Ora posso vedere che le mura dell'ospizio e del cellario, nonché le sale del primo livello, sono più antiche delle sale superiori; il piano terra della Meraviglia è in gran parte anteriore ai miei tempi. L'abate Raoul des Iles , artefice principale della Meraviglia, fece costruire prima la parte orientale dell'edificio che ospita dall'alto in basso l'ospizio, la sala degli Ospiti e il refettorio dei monaci; questa superposizione evoca la divisione della società medioevale in tre ordini complementari: quelli che lavorano, quelli che fanno la guerra e quelli che pregano. Raoul des Iles intraprese in seguito la costruzione occidentale dell'edificio, dove si sovrappongono il cellario, la sala dei Cavalieri e il chiostro. L'appellativo Meraviglia per designare queste due costruzioni congiunte, le cui diverse sale rappresentano testimonianze eccezionali dell'architettura monastica medioevale. L'ospizio ha sostituito la sala dell'Aquilone divenuta troppo esigua; i monaci in questa sala di 35 metri di lunghezza, in conformità con le prescrizioni di san Benedetto, incominciarono a provvedere all'ospitalità e al sostentamento dei poveri. Dice la Regola : " particolare cura dovrà essere riservata all'accoglienza dei poveri e dei pellegrini, perché Cristo è ricevuto maggiormente da essi." Una serie di colonne sopporta semplici volte a crociera prive di archi di rinforzo e divide la sala in due navate uguali; i capitelli sono lisci, il loro abaco come la base delle colonne è di forma quadrata. L'accoglienza dei pellegrini rendeva necessarie delle sistemazioni più pratiche: nell'angolo sud-ovest un montacarichi, ricavato nello spessore del muro, permette di far scendere dalla cucina il cibo che i monaci dividono con i poveri. I resti vengono evacuati attraverso due condotte poste nel vano delle finestre nord. Il cellario, più semplice dell'ospizio con cui comunica, è diviso da due ordini di pilastri quadrati in tre navate di dimensioni diverse. Anch'esso è ricoperto da volte a crociera senza archi di rinforzo; qui tuttavia la costruzione appare ancora più rudimentale, poiché le volte poggiano direttamente sui pilastri, senza far ricorso ai capitelli. La straordinaria acutezza delle volte della navata laterale nord si spiega soltanto grazie ad un cambiamento decisivo nei progetti del capomastro. La primitiva pianta del cellario riproduceva quella dell'ospizio: una fila di piloni situati nell'asse del pilastro, che si può ancora osservare vicino alla porta nord, divideva la sala in due navate della stessa larghezza. Questo progetto venne abbandonato quando venne stabilita la disposizione dei livelli superiori, la sala dei Cavalieri e il chiostro. Affinché quest'ultimo non fosse troppo stretto il capomastro decise di sfruttare il pendio del promontorio, allargando l'edificio man mano che si costruiva.

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