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Il Processo ai Templari

La tragica fine dell'Ordine, scatenata da una serie di accuse infamanti e testimonianze manipolate
Il Processo ai Templari
Il documento è tratto da: G. Todini - La Fine dei Templari - Graal n. 3-4/2003. Edizioni Hera

Introduzione

Molto è stato detto sulla fine dell'ormai mitico Ordine del Tempio, su quel venerdì 13 dell'ottobre 1307, quando tutti i cavalieri templari del regno di Francia furono arrestati in un solo colpo.
Non si può non riconoscere che il processo contro i templari fu un vero e proprio dramma, che colpì non solo l'Ordine, ma anche la storia della Chiesa.
Il processo, infatti, non solo segnò la fine di un Ordine cattolico oltre che militare, ma vide l'istituzione ecclesiastica soccombere alle pressioni del potere regale francese, vero promotore dell'attacco.
Il tragico epilogo dell'affaire fu segnato, dopo le accuse infamanti, dalle confessioni sotto tortura ed infine dai roghi.
Alle fiamme non si sottrasse neppure l'ultimo Gran Maestro dell'Ordine.

Il primo atto: Filippo il Bello e Nogaret

Gli avvenimenti hanno inizio in Spagna nel 1305, quando Esquiu De Floryan, proveniente dalla Francia meridionale, riportò al sovrano spagnolo un'incredibile storia che gli era stata raccontata da un espulso dall'Ordine conosciuto nelle carceri di Béziers. Il Cavaliere cacciato avrebbe affermato di aver compiuto atti sacrileghi durante il rito d'ingresso all'Ordine.
Jaime II, il sovrano spagnolo, non intraprese azioni dirette contro l'Ordine, forse temeva il potere dei Templari, influenti e stimati in tutto il suo paese. Jaime seppe in ogni caso consigliare De Floryan.
In quel periodo il sovrano di Francia Filippo IV aveva già accumulato una discreta esperienza nelle lotte contro i poteri della Chiesa. La sua fama al riguardo era ormai grande. Filippo IV, detto il Bello, grazie anche al suo scaltro consigliere, Guglielmo di Nogaret, aveva, infatti, già saputo oltraggiare la Chiesa con il famoso "schiaffo di Anagni" a Bonifacio VIII. L'azione andò oltre il semplice affronto. Filippo il Bello intendeva delegittimare Bonifacio VIII e nominare un papa di suo gradimento.

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L'oltraggio di Anagni a Papa Bonifacio VIII

Dopo una serie di azioni immorali il re di Francia riuscì perfettamente nel suo intento: fu eletto papa l'arcivescovo di Bordeaux, Bertrand de Goth, col nome di Clemente V. Con l'elezione ci fu anche il trasferimento della Santa Sede in Francia, a Lione. Cosa che poneva, di fatto, Clemente V sotto l'influenza della Corona.

L'incontro di Floryan con Nogaret segna, irrimediabilmente, il destino del glorioso Ordine del Tempio. E' probabile che proprio in occasione di questo incontro il consigliere del re abbia maturato, insieme al re stesso, la consapevolezza di poter saccheggiare impunemente l'Ordine. Le speranze di Floryan di poter vendere a caro prezzo le sue storie non furono disattese.
Forte era la brama di ricchezza di Filippo il Bello, ma non può, secondo il mio punto di vista, essere stato il solo movente della spietata azione contro i Templari.
L'Ordine rappresentava, ormai, una forma di potere socio-economico, oltre che militare, rilevante, possiamo tranquillamente definirlo la prima "multinazionale" della storia. Inoltre l'oblio dell'ideale crociato insieme al ritiro dalla Terrasanta, faceva temere i principi Europei, che detenevano la maggiore ricchezza.

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Filippo IV, detto il Bello, re di Francia (particolare, da miniatura francese del XIV secolo, Biblioteca nazionale di Parigi)

È indubbio che lo sviluppo dell'Ordine avvenne grazie ad una efficace organizzazione, proprio quando doveva occuparsi della gestione militare dei suoi cavalieri in Terrasanta. Le risorse investite furono immense, basti pensare all'approvvigionamento e mantenimento dei cavalieri e del loro seguito, nonché alla costruzione dei castelli e roccaforti in una regione così lontana ed ostile. Cosa avrebbe potuto fare, quindi, un Ordine così organizzato, nel momento in cui tutte queste risorse, sia economiche che organizzative non sarebbero più state spese? I detentori del potere, come è facile intuire, non vedevano benevolmente questo secondo potere. La realtà dell'Ordine monastico-militare era, poi, fuori da ogni schema, era stata "inventata" da un grande come Bernardo da Chiaravalle, e l'Ordine era fedele solo alla Chiesa. Bernardo diede magistralmente valore e significato alla nuova milizia monastica, una contraddizione religiosa che seppe risolvere riuscendo a cristianizzare la figura del Cavaliere.
La ricerca, spietata, di denaro da parte di Filippo il Bello, era già iniziata tempo prima. L'imperatore aveva imposto una pesante politica di tassazione, prestiti (devoluti anche dallo stesso Ordine del Tempio) e raggiri vari. Addirittura pare che avesse autorizzato il conio di moneta falsa. Cosa che provocò una forte inflazione che sfociò in un'insurrezione popolare. Destino volle che a salvare Filippo con tutta la famiglia regale dalla furia del popolo furono proprio i Templari, che rifugiarono l'imperatore nella loro torre Parigina.

Nel 1291 fece imprigionare molti mercanti italiani, in particolare lombardi, con l'accusa di praticare l'usura. Dopo l'arresto si passava alla tortura e alla confisca dei beni. Ancora un metodo non certo corretto per rinfrescare le casse della corona.
Lo stesso Dante si espresse chiaramente nella sua Divina Commedia (Purgatorio, XX, 91), definendo l'azione del re di Francia, che si era illegalmente impadronito dei beni del Tempio, quella di un "nuovo Pilato" spinto soprattutto dall'ingordigia.

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Papa Clemente V

Il 13 Ottobre del 1307 fu eseguito l'arresto, ordinato dall'inquisitore di Francia Guglielmo Imbert, di tutti i Templari in terra Francese, con un'azione inaspettata e repentina. E' comunque strano che un'organizzazione così potente come quella templare non fosse venuta a conoscenza di un'azione di questa portata. I Templari, poi, non reagirono affatto all'arresto. Un comportamento alquanto insolito. Forse i Templari attendevano, sacrificandosi, quest'azione? Magari mentre un altro gruppo metteva in salvo chissà dove le ricchezze più segrete? Forse misteriose reliquie riportate dalla Terrasanta? O forse, più semplicemente, si trattò di un retaggio del codice militare Crociato, che impediva loro di muovere armi contro altri cristiani? Al momento questi e mille altri enigmi non possono umanamente essere sciolti.

Le torture

Il piano di Nogaret e Filippo, avallato da Imbert, era ormai pronto. Nogaret sapeva bene che le fantasiose accuse raccolte, da sole, non potevano essere sufficienti a sostenere un processo per Eresia condotto dalla Chiesa. I consiglieri del re ritenevano, inoltre, che bisognava evitare, almeno nella fase iniziale, il parere ufficiale del papa. La sua presunta debolezza, infatti, avrebbe potuto portare ad una veloce assoluzione del potente Ordine del Tempio. E' comunque indubbio che soltanto la chiesa avrebbe potuto sciogliere l'Ordine, privandolo di tutte le sue ricchezze. I consiglieri del re sapevano bene che la parola definitiva sarebbe stata quella del papa. L'astuto Guglielmo Imbert, che oltre ad essere l'inquisitore di Francia era anche il confessore personale del re Filippo, capì che la soluzione sarebbe stata quella di precedere la chiesa. Un procedimento contro i singoli membri dell'Ordine, non all'Ordine come istituzione, infatti, era lecita all'inquisitore. In effetti, qualsiasi persona sospettata di eresia sottostava alla sua giurisdizione, anche se appartenente ad un Ordine cattolico. Queste azioni non avrebbero impedito un procedimento futuro della chiesa all'Ordine. Avrebbero però certamente esercitato una fortissima pressione sia sul papa che sull'opinione pubblica, soprattutto se gli aguzzini fossero riusciti ad estorcere delle preziosissime confessioni, anche se sotto tortura.

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L'arresto dei Templari (da Chroniques de France ou de St. Denis, XIV secolo)

L'arresto, quindi, sarebbe stato seguito da durissimi interrogatori. Questo avrebbe permesso di ottenere confessioni con valore legale. Dopo l'arresto del 13 Ottobre fu comunicata la lista delle accuse. Se l'imputato avesse sottoscritto il documento di colpevolezza, sarebbe stato perdonato ed avrebbe goduto di una rendita. Negare le accuse, invece avrebbe significato la tortura. Ovviamente molti cedettero alle violenze ed alle minacce. Altri non ressero all'infamia e si tolsero la vita. Nelle prime fasi del processo lo fecero almeno in dodici.

Le condizioni in cui vennero a trovarsi i Templari arrestati furono molto severe, sia dal punto di vista fisico che morale. Gli arrestati furono lasciati completamente senza difesa ed in totale isolamento per intere settimane. La tortura cui furono sottoposti fu di una crudeltà che parve spaventosa anche agli stessi uomini del tempo. La ferocia fu tale che molti morirono prima di poter confessare. Ma non furono solo le torture fisiche che permisero agli aguzzini di estorcere le confessioni. Ciò che contribuì al cedimento dei cavalieri fu il completo rovesciamento del loro sistema spirituale e sociale, perpetuato attraverso il completo isolamento fisico ed informativo.
Quasi come a dimostrare le sue vere intenzioni, il re Filippo, già nel mese di Ottobre, si trasferì nel castello del Gran Maestro Molay, confiscato dopo l'arresto del 13.

Le accuse

I capi di accusa fondamentali furono: aver rinnegato Cristo, aver sputato sulla Croce, sodomia e idolatria.
Appare del tutto insensata l'accusa di aver rinnegato Cristo, per uomini addestrati a combattere e morire nel suo nome. I Templari catturati in battaglia venivano uccisi sul posto perché mai si verificò un atto di conversione, che poteva salvargli la vita. Ecco come lo stesso Saladino parla dei Templari: «Voglio purgare la Terra da questi guerrieri immondi che non rinunciano mai alla loro ostilità, non rinnegano mai la loro fede e non saranno mai utili come schiavi».
Lo sputo sulla Croce sembra poi ridicolo per un Ordine che aveva proprio nella croce il suo simbolo. Ogni cavaliere portava cucita sul petto, sul mantello e sui vessilli una croce rossa.

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Raffigurazione di Baphomet o Bafometto, demone androgino, presunto idolo venerato dai Templari

La più inverosimile, comunque, fra le accuse era quella di idolatria. Il processo, oltretutto, non riuscì mai ad individuare un solo esempio di presunto idolo. Ma l'accusa, per quanto folle, era necessaria per poter dimostrare che i Templari non erano colpevoli solo di blasfemia, ma anche di apostasia. Dalle torture vennero fuori descrizioni fantasiose del presunto idolo: un teschio, uno o più gatti, una pittura (o un'immagine come quella della Sindone?), o una testa d'uomo barbuta.
Il nome dato all'idolo, Bafometto, che sta per Maometto (negli atti del processo compare, alcune volte, direttamente la forma Maometto) è una delle prove più convincenti del fatto che le accuse fossero state inventate allo scopo di diffamare i Templari. Era impossibile che i Templari avessero desunto dall'Oriente la pratica di adorare un idolo che aveva il nome del profeta Muhammed, dal momento che non esisteva alcun idolo con tale nome in tutto l'estremo Oriente. L'idea stessa che i musulmani fossero idolatri rientrava a sua volta in un altro sistema di denigrazioni da parte dei cristiani occidentali, mirante a una rappresentazione dispregiativa del mondo orientale.
Le accuse sfruttavano decisamente il fatto che il rito d'entrata nell'Ordine era segreto. Ciò permise agli accusatori di inserire nel rito atti fantasiosi, ma certamente giudicabili come eretici.
Il 24 Ottobre fu interrogato il Gran Maestro Giacomo De Molay. Egli confessò che, durante la cerimonia di entrata, gli era stato richiesto di sputare sulla croce e rinnegare Cristo. Questa debolezza non fu mai perdonata all'ultimo Gran Maestro, anche se successivamente ritrattò, con forza e determinazione, la confessione resa, sapendo cosa questo avrebbe significato.

Le reazioni in Europa

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Cerimonia di ingresso all'Ordine

Il pontefice venne a sapere dell'arresto dei Templari tramite i propri collaboratori, non fu mai avvisato dal re. Questo rappresentava certamente un grave atto di prevaricazione. Il 27 Ottobre, due settimane dopo l'arresto, il papa osò una critica scritta. Dalla lettera si evince tutta la stizza di chi viene palesemente scavalcato: «Volevamo accertare da Noi quale fosse la verità. E malgrado ciò Voi avete compiuto quest'attentato ai danni di persone e cose che soggiacciono alla Nostra potestà giudiziale».

Purtroppo, questo fu l'unico atto di orgoglio del pontefice. Meno di un mese più tardi, il 22 Novembre il papa emanò un decreto che sollecitava i principi cristiani ad arrestare i Templari. Le reazioni furono diverse.
In Inghilterra Edoardo II accusò il re di Francia di perseguitare i Templari solo per la sua avidità, ma ben presto ritirò le accuse. Edoardo II ordinò l'arresto dei Templari, ma finirono in carcere meno di 300. Il papa si mostrò seccato per l'elevato numero di Templari che riuscirono a fuggire all'arresto.
In Germania, il tribunale Arcivescovile prosciolse i Templari da ogni accusa.
In Portogallo i Cavalieri furono dichiarati innocenti, anche se per effetto della bolla papale, il re dovette comunque sopprimere l'Ordine. Il re Diniz creò, all'uopo, l'Ordine del Cavalieri di Cristo in cui affluirono i Templari del Portogallo. Al nuovo Ordine il re fece donare tutti i beni Templari sequestrati.
Anche in Spagna i Templari vennero dichiarati innocenti.
In Italia, sotto l'influsso Francese, vennero appoggiate le tesi accusatorie. Qui la persecuzione infuriò in maniera analoga a quella francese, con prigionie durissime e torture. Soltanto l'Arcivescovo di Ravenna, Rinaldo da Concorezzo, ebbe il coraggio di schierarsi in difesa dei Templari. Il processo da lui presieduto riconobbe l'innocenza dei Templari, la cui pena finale fu soltanto una promessa di penitenza. Papa Clemente V, furioso per il risultato, ordinò all'arcivescovo di riaprire il processo, e di applicare la tortura per ottenere delle confessioni. A differenza dell'arcivescovo di Pisa e di quello di Firenze, che si erano piegati alle richieste del pontefice, Rinaldo rifiutò ancora.

Una speranza per il Tempio

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Giacomo de Molay, l'ultimo Maestro dei Templari (litografia di Chevauchet, XIX secolo)

L'inizio del 1308 vide il pontefice destituire Guglielmo Imbert, grande inquisitore di Francia e confessore, nonché stretto collaboratore, del re Filippo. Quest'azione andava certamente incontro ai diritti dell'Ordine, cosa che fece sperare in una nuova e più corretta conduzione del processo.
La contromossa del re di Francia non si fece attendere. Filippo fece circolare accuse, per altro già diffuse in passato, circa il nepotismo e l'avarizia del pontefice. Oltre tutto non si può certo affermare che molte di queste accuse non fossero autentiche. Questo poneva il papa in una posizione difficile, la minaccia strisciante di una possibile azione di Nogaret era tutt'altro che fantasiosa.
Il 29 maggio del 1308 ci fu l'incontro a Poitiers tra Filippo e Clemente. Il discorso di Filippo, tenuto da Plaisians, traboccava d'intimidazioni: «La chiesa deve al sovrano più di quanto debba a Voi, Santo Padre. Dal momento che non solo il re (...), ma il popolo tutto chiede che questo caso venga al più presto risolto, Vi piaccia portarlo rapidamente a conclusione. Ci vedremo altrimenti costretti a rivolgerci a Voi con altre parole". Plaisians continua descrivendo Filippo: "Dio ne ha fatto il suo eletto, il Dei Vicarius in temporalibus nel suo regno (...)».
Nell'incontro Clemente riuscì, comunque, a strappare due condizioni: una nuova inchiesta pontificia e la rinuncia da parte di Filippo alla soppressione immediata dell'Ordine. L'intera questione Templare sarebbe stata affidata, dopo l'inchiesta pontificia, ad un concilio generale, che Clemente convocò per l'ottobre del 1310.

Clemente volle anche parlare personalmente con i massimi esponenti del Tempio. Un ampio corteo di prigionieri fu, quindi, accompagnato verso Poitiers. Qui Nogaret escogitò un nuovo piano per impedire a Clemente di vedere Molay ed i suoi collaboratori. I prigionieri furono fatti fermare nella fortezza reale di Chinon, praticamente il nuovo carcere del Gran Maestro. Nogaret rimise in cammino soltanto i Templari "ancora in grado di rimettersi in marcia", dopo l'"estenuante lungo viaggio". Molto probabilmente, invece, i cavalieri che riuscirono ad incontrare il papa furono scelti con cura da Nogaret. Certamente Giacomo de Molay non era tra loro.

L'inchiesta pontificia

Nell'agosto del 1308 il papa emanò la bolla Faciens misericordiam, che destituiva i tribunali civili e li sostituiva con dei tribunali ecclesiastici, formati da vescovi. Le speranze per il Tempio sembrarono svanire, allorché come presidente del tribunale pontificio fu eletto l'arcivescovo Aycelin di Narbona. Incredibilmente fu designata una personalità di certo non neutra, che aveva, in più di un'occasione, mostrato il suo astio nei confronti dei Templari.
L'inchiesta pontificia inizia con l'interrogatorio a Molay. Dopo la lettura delle confessioni precedentemente rese, il Gran Maestro si mostrò inorridito. Il perché di questo comportamento non c'è lecito sapere, comunque apostrofò con inaspettata alterigia: «Saprei bene come trattar con Voi, se non foste ciò che siete!».
Il giorno successivo testimoniò Ponsard de Gisy. Egli affermò apertamente che le confessioni erano state estorte con la tortura. Gisy riferì di 36 Templari morti sotto tortura nella sola Parigi.
Il 28 novembre la commissione pontificia interrogò per la seconda volta il Gran Maestro che si appellò al papa e difese l'Ordine richiamando l'attenzione sulle elemosine elargite e le chiese costruite. Alle accuse Molay rispose: «Io credo fermamente in un Dio in tre Persone e a tutti gli altri articoli della nostra fede (...)».
Profeticamente evocò l'esistenza di un tribunale più giusto, al quale nessuno avrebbe potuto sottrarsi: «Credo che quando l'anima sarà separata dal corpo si vedrà chi fu un giusto e chi fu un malvagio (...). Tutti i presenti allora conosceranno la verità sulle domande che oggi ci vengono poste».
Sembra che Nogaret fosse presente quando Molay pronunciò queste parole. Credo sia legittimo sottolineare la gravità del fatto che anche all'inchiesta pontificia fossero presenti Nogaret e Plaisians. Una presenza certamente pesante sia per gli imputati che per la commissione.
L'inchiesta fu sospesa e riprese nel febbraio del 1310. In questa seconda fase, contraddistinta dalla corretta gestione del processo, oltre 600 Templari giunsero a Parigi per testimoniare. Vi fu chi con coraggio denunciò soprusi e malafede. Jean de Couchey, ad esempio, mostrò una lettera in cui il sovrintendente ecclesiastico della prigione di Sens suggeriva ai detenuti Templari di ripetere, alla presenza del vescovo d'Orléans, che sarebbe venuto in ispezione, le confessioni già rese. La lettere terminava con la minaccia: «Sappiate che il papa ha ordinato di sentenziare e mandare al rogo tutti coloro che hanno confessato dinanzi all'Inquisizione e ora si rifiutano di ripetere le loro affermazioni».
A marzo i Templari elessero un portavoce: Pietro da Bologna, già procuratore generale dell'Ordine presso la Santa Sede. Prima delle pene fisiche subite dai suoi confratelli, Pietro denunciò quelle spirituali: «Č difficile per noi, per i nostri fratelli, essere privati dei sacramenti (...)». Poi, ad aprile, in un documento ufficiale, prende fermamente le difese dell'Ordine: «L'Ordine Templare è puro, senza macchia, e tale è sempre stato, checché se ne dica. Coloro che affermano il contrario parlano da miscredenti e da eretici, seminano nella fede l'eresia (...)».
Non tutte le testimonianze furono a favore. Ci fu anche chi, con grande effetto, si spogliò del mantello Templare di fronte alla corte. Altri, come Barthelmy Boucher, descrissero ancora il presunto idolo. A questo punto la corte volle approfondire l'argomento. Venne richiesta una descrizione di tutte le statue ed oggetti sequestrati, ma nulla di simile fu mai trovato.

Il tragico epilogo

Proprio quando cresceva la fiducia dei cavalieri nel tribunale ecclesiastico, accadde un fatto la cui pericolosità non si palesò immediatamente. Nel marzo del 1310 morì il vescovo di Sens. Il suo successore avrebbe presieduto il sinodo vescovile in grado di giudicare i singoli casi d'Eresia. Come tale avrebbe quindi avuto facoltà di convocare gli stessi Templari. Naturalmente gli uomini del re colsero la ghiotta occasione: fu proposto il vescovo di Cambrai Filippo de Marigny, fratello di uno dei ministri del re, Enguerran de Marigny. Clemente sulle prime criticò la proposta, ma poi la accettò.

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I Cavalieri del Tempio al rogo (miniatura dalla Cronica Villani, 1340, Biblioteca Vaticana.

Già l'11 maggio fu indetto un sinodo per definire una possibile convocazione dei Templari comparsi come testimoni di fronte alla corte pontificia. I preoccupati appelli di Piero da Bologna furono vani, Aycelin non aveva nessuna intenzione di opporsi alle deliberazioni del sinodo.
La corte dell'assemblea, presieduta da Marigny, condannò al rogo 54 Templari, tutti testimoni nel processo pontificio, per aver ritrattato le precedenti ammissioni. Il messaggio era chiaro per tutti. Naturalmente si trattò ancora una volta di un atto di forte prevaricazione nei confronti della Chiesa, con il massacro l'operato della commissione pontificia era reso vano, non v'era giustizia.
Alcuni Templari ebbero ancora la forza di parlare. Ecco la dichiarazione di Aymeri de Villiers le Duc, del 13 Maggio: «Possa venir subito inghiottito anima e corpo dall'inferno se mento! (...) Certo, sottoposto ai supplizi della tortura ho ammesso alcune accuse, quando sono stato interrogato alla presenza degli uomini del re. Ieri ho visto bruciare vivi cinquantaquattro miei confratelli. Ho troppa paura di venir condannato al rogo. Non reggerei la minaccia, cederei di nuovo, dinnanzi a Voi o ad altri. Vi supplico, non rivelate alla gens du Roi quello che ora vi rivelo, ché non mi si condanni al rogo».
Il 18 Maggio ci fu la clamorosa fuga di Pietro di Bologna che aveva rinunciato alla difesa. Pietro, dopo il rogo dei 54 Templari, comprese che ormai era tutto inutile. La fuga fu l'unica strada ormai percorribile.

Il Concilio di Vienne

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Concilio di Vienne, 1311

Il Concilio, che ebbe inizio il 16 ottobre del 1311, rappresentava l'ultima, seppur flebile, speranza per l'Ordine del Tempio. A Vienne intervennero poche personalità e nessun regnante. Lo stesso Filippo sarebbe giunto solo più tardi. Probabilmente questo fu dovuto alla generale sfiducia che si instaurò nei confronti della commissione e quindi alla necessità di prenderne le distanze. La maggioranza dei membri della commissione, ascoltati singolarmente da Clemente, si proclamò favorevole alla concessione di una difesa agli imputati. Clemente allora, indeciso sul da farsi, sospese la discussione sulla questione dei Templari, per attendere l'arrivo di Filippo. I collaboratori del re giunsero a Vienne nel febbraio del 1312. A questo punto, non potendo dichiarare eretico l'Ordine, si pensò di sospenderlo per via amministrativa. In questo modo non v'era necessità di difesa, il papa aveva l'autorità necessaria a prendere tale provvedimento.
Nella solenne seduta del Concilio, alla presenza di Filippo, la commissione scelse il percorso della soppressione per via amministrativa ex autoritate apostolica. Soltanto l'arcivescovo di Valenza richiese di verificare quali fossero stati i Templari colpevoli. In questo modo, disse, si dovevano aiutare gli innocenti poiché era su di loro che avrebbe dovuto sopravvivere l'Ordine. Il 3 aprile 1312 fu resa pubblica la bolla Vox in excelso in cui il papa giustifica con "la cattiva reputazione che grava sui Templari" la decisione presa. A questa, il 2 maggio dello stesso anno, fece seguito la bolla Ad providam Christi Vicarii, concernente la destinazione dei beni dell'Ordine. Le proprietà del Tempio furono assegnate all'Ordine di San Giovanni. Filippo e i suoi, quindi, rimasero senza bottino? In realtà il re presentò un lauto conto per le spese di mantenimento sostenute durante la reclusione dei cavalieri. Gli Ospitalieri dovettero alla corona circa un milione di lire tornesi. La somma, probabilmente, superava il valore dei beni che l'Ordine di San Giovanni era riuscito effettivamente ad ereditare. Dico questo perché, oltretutto, le proprietà già in mano al re o ai suoi sudditi, non furono restituiti. Presumibilmente rispondono a verità le parole di Sant'Antonino: «i gerosolimitani, con la donazione dei beni dei Templari, invece di arricchirsi si sono impoveriti».

Il rogo di Pont Neuf

La soppressione dell'Ordine non era sufficiente, una dura condanna ai suoi massimi esponenti avrebbe dato maggiore peso e credibilità al provvedimento sancito a Vienne. A questo scopo si istituì una commissione presieduta, ancora una volta, da Marigny, il vescovo di Sans. Il 18 marzo del 1314, a Parigi, ebbe luogo l'evento. Dopo l'ennesima pubblica lettura delle imputazioni, si emise velocemente il verdetto: carcere a vita. Ai condannati non fu concessa la parola.
Ma non sarebbe stato questo l'epilogo dell'assemblea. Guglielmo di Nangis, testimone oculare dei fatti, descrive in questo modo gli avvenimenti: «Proprio quando i cardinali credevano di aver concluso la faccenda, improvvisamente ed inaspettatamente, due di loro, il Gran Maestro ed il Gran Precettore di Normandia, presero la parola contro il cardinale che aveva tenuto il discorso e contro l'arcivescovo di Sens, e si difesero accanitamente, ritrattando sia le loro confessioni che quelle degli altri, tralasciando ogni ossequio, tra la meraviglia degli astanti».

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Rogo di Giacomo de Molay

Giacomo de Molay e Goffredo de Charnay sapevano bene di rinunciare alla loro vita. Con questo coraggioso atto il Gran Maestro dimostrò una dignità che non gli era mai stata attribuita, ma che può rappresentare una drammatica prova dell'innocenza sua e del suo Ordine. Quando il sovrano francese venne a conoscenza di quanto era accaduto pronunciò immediatamente la sentenza di morte, senza neanche interpellare la Chiesa.
Ecco come Nangis ci racconta quei momenti: «Non appena apprese la notizia, il re che si trovava nel suo palazzo consultò i saggi membri del suo consiglio, evitando però di rivolgersi agli ecclesiastici, e ordinò che i due Templari fossero messi al rogo, quel giorno stesso ai vespri, su un isolotto della Senna (...). Ed essi apparvero così determinati a sopportare le fiamme con tanta tranquillità e coraggio, da suscitare grande ammirazione e stupore negli astanti per l'imperturbabilità con cui affrontavano la morte e la fermezza mostrata nel diniego finale».

La maledizione di Molay

Si narra che dal rogo Molay abbia maledetto il papa ed il re d Francia. La leggenda della maledizione avvolge da sempre la tragica fine dell'Ordine del Tempio. Non possiamo dire con certezza se la maledizione avvenne o meno. Quello che si può di sicuro sostenere, comunque, è che un destino plumbeo avrebbe avvolto di lì a poco le vite dei principali attori dell'affaire templare.

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Esecuzione di Enguerrand de Marigny

Papa Clemente V morì soltanto quattro settimane dopo del Gran Maestro. Non solo. Un candelabro, cadendogli addosso, appiccò il fuoco al catafalco. Ciò suscitò grande impressione sul popolo, che lo interpretò come un castigo di Dio. Anche il re Filippo lo seguì presto: morì nell'autunno dello stesso anno. Nogaret, invece, morì poco prima della sentenza del Gran Maestro. Anche Marigny non si sottrasse all'infausto destino. Filippo de Marigny dovette assistere impotente all'impiccagione del fratello Enguerrand (che aveva preso il posto di Nogaret), con l'accusa di stregoneria.
I primi cronisti a riportare la vicenda della maledizione sono italiani. Secondo la versione di Ferretis è al papa che il Gran Maestro, tra le fiamme, si rivolse: «Per il tuo ingiusto giudizio io mi appello al Dio vero e vivente; tu comparirai tra un anno e un giorno con Filippo a sua volta responsabile di tutto ciò, per rispondere alle mie contestazioni e presentare la tua difesa». Ferretis in realtà riprende, dettagliandolo, il racconto che Guglielmo Ventura riporta nel suo Cronicon Astense. Ventura parla, più genericamente, di un Templare che, condotto al rogo, avrebbe maledetto Nogaret.

L'ideale crociato

Se è certamente vero che l'ingordigia del re di Francia e la debolezza del pontefice furono decisive per la fine dell'Ordine del Tempio, si deve riconoscere che la decadenza dell'ideale crociato fu l'inizio del crollo, l'avvio della parabola discendente. I Templari rientravano in Occidente visibilmente svuotati del loro ruolo, dovettero quindi trovarsi a nutrire non pochi dubbi sulla loro stessa funzione.
Proprio questi dubbi li danneggiarono più d'ogni altra cosa. Questo tema trova chiaro riscontro in Chevalier du Temple, una lirica del 1265 scritta sotto l'effetto della continua avanzata musulmana: «Davvero un folle è colui che ancora cerchi battaglia d'ingaggiar coi Turchi, che Dio a costoro ormai tutto concede. Meravigliar ci si dovrebbe allora, che loro arrida sempre la vittoria, mentre disfatta nuovamente attende ogni dì noi, del Tempio cavalieri?».

Approfondimenti

Storia e mito della Cavalleria del Tempio  Storia e mito della Cavalleria del Tempio (Attinenza: 17%): Rileggiamo la storia dei Templari attraverso la doverosa distinzione tra Storia e leggenda
Il Baphomet e Castel del Monte  Il Baphomet e Castel del Monte (Attinenza: 8%): Il Baphomet come chiave di lettura per i misteri del Castello di Federico II, legato ai Templari
I Templari ed il mare  I Templari ed il mare (Attinenza: 8%): Benchè poco conosciuta, l'esperienza marinara del Tempio è parte integrante del mondo templare, pensiamo ad esempio alla logistica a supporto all'attività in Terra Santa. Ma non mancano i misteri, come quello del porto di La Rochelle
I Templari in Terra di Puglia. Aspetti generali e storici  I Templari in Terra di Puglia. Aspetti generali e storici (Attinenza: 8%): Storia della presenza templare in terra di Puglia. Dalle origini a Innocenzo III, fino al periodo angioino e al processo di Brindisi
I conti di fra Lafranco, una fonte insospettabile  I conti di fra Lafranco, una fonte insospettabile (Attinenza: 8%): Approfondimento sulla storiografia dell'inquisizione. Relazione relativa al seminario di studi su "Storiografia e inquisizione. Metodologia, fonti, interpretazione", Viterbo, 2001
( nessun link trovato )

Riferimenti Bibliografici

Riferimento bibliografico  A. Beck - La Fine dei Templari. Un feroce sterminio in nome della legalità - Piemme
Riferimento bibliografico  M. Barber - La Storia dei Templari - Piemme
Riferimento bibliografico  P. Partner - I Templari - Einaudi
Riferimento bibliografico  B. Marillier - I Templari - Storia e segreti del più misterioso ordine medievale. Edizioni L'Età dell'Acquario
Riferimento bibliografico  F. G. Giannini - I Templari - I Cavalieri del silenzio. Medioevo Dossier n. 2/2002. De Agostini - Rizzoli periodici
Riferimento bibliografico  A. Demurger - I Cavalieri di Cristo - Medioevo n. 6/1997. De Agostini - Rizzoli periodici
Riferimento bibliografico  L. Imperio - La nascita dell'Ordine del Tempio - Templari n. 1/2001. Trentini
Riferimento bibliografico  R. Pernoud - I Templari - FdF Edizioni cinetelevisive e a stampa
Riferimento bibliografico  A. Demurger - I Cavalieri di Cristo - Garzanti
Riferimento bibliografico  J. Markale - I Templari. Custodi di un mistero. Sperling
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