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La Battaglia di Poitiers: 17 Ottobre 732

Carlo Martello sconfigge Abd Al-Rahman, ponendo un freno all'espansione islamica verso il settentrione d'Europa
La Battaglia di Poitiers: 17 Ottobre 732
Il documento è tratto da: Le grandi battagle della storia, a cura di Livio Agostini e Piero Pastoretto. Viviani Editore

Introduzione

di Gian Luca Todini
La battaglia di Poitiers è ritenuta una delle più significative della storia d'Europa.
Non so dire se sia veramente così, lo scontro, comunque, ha rappresentato un reale tentativo fatto dalle forze arabo-musulmane di incunearsi pericolosamente nel cuore dell'Europa, nel cuore delle antiche radici cristiane.
Nel tempo lo scontro è stato caricato di significato simbolico, nazionalistico e religioso, che gli ha dato valore epocale.
Da una parte l'esercito arabo-musulmano proveniente dalla Spagna, dall'altra lo schieramento franco, intenzionato a sbarrare la strada alla pericolosa avanzata musulmana, che aveva gia occupato la regione iberica.

Gli Avversari

Abd Al-Rahman

Ad Abd al-Rahman Ibn 'Abdallah al-'Akki ("governatore" della Spagna conquistata dai Musulmani) la storiografia araba, che pure non gli dedica molto spazio, riconosce unanimemente grandi qualità umane e di governo. Della sua presenza in Francia non sappiamo molto, se non che, quando si accinse alla spedizione che avrebbe portato alla battaglia di Poitiers, era stato chiamato da poco tempo al comando della Spagna. Il massimo storico contemporaneo arabo, Ibn Abd al-Hakam, dice di lui che "patì il martirio per l'islam dopo molte vittorie e bottino nell'anno 115° dell'Egira", data che si accavalla ai nostri anni 733-734 d.C.
Le fonti cristiane più accreditate attestano però che egli trovò la morte proprio nella battaglia di Poitiers.
Il conflitto tra Musulmani e Franchi, comunque, non sarebbe terminato che un ventennio dopo Poitiers, con la caduta del centro logistico e propulsivo dell'islam in Europa settentrionale, la città di Narbona. La sanguinosa sconfitta dell'esercito di Abd al-Rahman contribuì di certo a convincere i regnanti Omayyadi nell'impossibilità di espandere i propri possedimenti.
La storiografia più attenta però fa coincidere il regresso dell'islam a sud dei Pirenei con la costituzione ed il rafforzamento costante di due flotte cristiane, destinate al controllo sia del Golfo del Leone sia del Golfo di Biscaglia già all'epoca di Carlo Martello e di Pipino III.
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L'espansione dell'Islam

Carlo Martello (689-741)

Carlo Martello nacque intorno al 689 nel castello di Heristal, sulla riva sinistra della Mosa, nell'attuale Belgio, dall'unione di Pipino Il e di Alpaide, sua concubina. Il grido "kerl!" ("maschio") annunciò la sua venuta al mondo e nacque così, secondo la leggenda, un nome destinato a passare alla storia: Carlo.
Il padre era "maggiordomo" o maestro di palazzo (ministro) di Austrasia e di Neustria (due degli Stati in cui era stata divisa l'antica Gallia romana), su cui regnavano re definiti fannulloni, in quanto avevano delegato tutto il potere ai loro maggiordomi. Quando Pipino morì gli eredi legittimi ai,quali era toccato il titolo di maggiordomo dei due Stati erano troppo giovani per governare con l'autorità necessaria e ben presto la Neustria si ribellò, sostenuta da un altro Stato, l'Aquitania.
Contemporaneamente diversi popoli germanici presero a insidiare i confini dei regno e, in questa tragica situazione, i parenti furono costretti a chiedere l'intervento di Carlo (il futuro Carlo Martello) che con la sua immediata azione capovolse la situazione, sconfiggendo la Neustria e respingendo i nemici dai confini. Ormai unico maestro di palazzo del regno dei Franchi, Carlo Martello approfitterà delle invasioni arabe e della vittoria ottenuta a Poitiers per assumere il controllo di tutti gli Stati della Gallia.
Nonostante le brillanti vittorie, però, egli si era reso conto di quanto l'esercito franco, formato da uomini liberi che combattevano a piedi, avesse la necessità di essere ristrutturato. Questa consapevolezza lo spinse ad assumere provvedimenti radicali che, se gli alienarono le simpatie della Chiesa romana, accrebbero la potenza dei Franchi e della sua famiglia.
Per creare una cavalleria di specialisti, confiscò i beni della Chiesa e li diede in beneficio, cioè in usufrutto ai suoi fidi, che si impegnavano a mantenere un cavallo addestrato per la guerra e a prestare servizio militare su richiesta del maggiordomo, consolidando il patto con un giuramento di fedeltà.
Si creava così una nuova gerarchia: il sottoposto diventava soldato di mestiere legato in tutto al signore che gli aveva concesso il fondo. Con questo provvedimento Carlo Martello gettava le basi del feudalesimo, che avrebbe costituito la struttura sociale dominante nella storia europea dei secoli successivi.

La civiltà pre-islamica, poesia e duelli

In epoca pre-islamica gli Arabi non costituivano una vera nazione; divisi in clan, complessivamente non molto numerosi; di indole fiera e bellicosa, dediti al paganesimo, la loro cultura si esprimeva soprattutto nella poesia e nella guerra. Avevano conosciuto diverse dominazioni straniere, che però si erano limitate alla conquista delle coste, dei pochi centri urbani e delle vie di comunicazione, tralasciando l'Arabia profonda, il deserto inospitale.
La vita di queste genti doveva scorrere lenta e monotona, vivacizzata soltanto da continue faide, che nascevano a causa di uno spiccatissimo senso di difesa dell'onore della propria persona e del proprio gruppo. I poeti definivano pomposamente Ayyàm al-'Arab ("i giorni degli Arabi") quei tempi e quelle guerricciole intestine, tutto sommato alquanto insignificanti.

L'Islam: guerra santa e bottino

Il profeta Maometto, facendo leva anche sulla loro atavica fierezza e bellicosità, trasformò quelle tribù pagane seminomadi in un popolo monoteista, caratterizzato da una straordinaria unità di convincimento e di intenti, tanto saldo in battaglia quanto cosciente della sua vocazione religiosa; tanto avido di beni terreni quanto rispettoso delle religioni altrui.
Quando Maometto morì, nel 632, lasciò in retaggio alla sua gente, nel Corano, una serie di norme che ne avrebbero improntato per secoli la condotta politica, civile e militare - Anzitutto, l'obbligo della fratellanza non solo fra gli Arabi, ma fra tutti i muslim, i "veri credenti" nel Dio unico, indipendentemente dalla nazione, dalla razza o dalla lingua: tutti i fedeli di Allah costituiscono una comunità, umma, che coincide con la "Casa della sottomissione" ad Allah (Dar el-Islam), e hanno l'obbligo di reciproca protezione ed assistenza. In secondo luogo, il compito di diffondere la vera fede in tutto il mondo con l'esempio e con la predicazione; la conversione degli infedeli non era indispensabile: i "miscredenti" potevano continuare a vivere nella loro religione e dovevano essere tollerati e rispettati, purché a loro volta rispettassero l'autorità del Corano. Solo nel caso in cui un popolo o un regnante si fosse opposto alla pacifica penetrazione dell'islam, allora diventava lecito il gihad, la "guerra santa" per la fede, al fine di debellare ogni resistenza dei nemici di Dio.
In teoria, quindi, la "Casa della guerra" (Dar el-Harb), doveva essere usata solo in casi eccezionali; nella pratica però, dopo la morte di Maometto, tutti i territori fuori dei confini della "Casa della sottomissione" diventarono automaticamente sottoposti alla "Casa della guerra" e conquistati con la forza delle armi. Il gihad era in sostanza la versione legale e religiosa delle scorrerie e dei saccheggi che le tribù nomadi del deserto praticavano per tradizione fin dalla note te dei tempi ai danni delle oasi o delle carovane, per garantirsi la sopravvivenza. Il bottino, quindi, assumendo dignità "religiosa" e di legge, divenne un'ulteriore importante motivazione per l'espansionismo arabo.
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Particolare di una miniatura raffigurante la battaglia di Badr

Gli antecedenti storici

L'inizio del processo che porterà l'impero islamico ad estendersi dal Gange alle coste atlantiche d'Europa, risale al 633, quando l'islam, approfittando della debolezza degli imperi bizantino e persiano, esauriti e in declino dopo la lunga guerra (603-628) che li aveva visti fronteggiarsi, li sconfisse entrambi.
Nel 637, a Qadisiyah, presso l'odierna Bagdad, veniva distrutto l'esercito persiano; quindi, nel 674 Mu'awiya, il quinto califfo (che letteralmente significa "successore") cinse Costantinopoli con un assedio protrattosi inutilmente per tre anni. Tomati all'attacco di Costantinopoli nel 717, gli Arabi non riuscirono a conquistarla neppure in questa occasione, ma l'impero bizantino non si risollevò più dalla sua crisi. I cavalieri arabi giunsero poi fino all'India, ad oriente, e conquistarono tutta l'Africa settentrionale ad occidente (705). La Siria, la Palestina e la Persia, a nord, furono le prime province ad essere strappate agli infedeli. Infine, stanziatisi in Spagna nel 711, spinsero lo sguardo oltre i Pirenei, sulle fertili ed indifese terre di Provenza e di Aquitania.
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Esercito islamico in marcia (da una miniatura di epoca successiva)

Maometto

La tradizione musulmana ha fissato la data della nascita di Maometto, in arabo Muhammad ("il lodato"), al 571 dell'era cristiana, in quanto si tramanda che il profeta ebbe la sua prima visione nel 610, quando aveva quarant'anni.
A quell'epoca Maometto, già da qualche tempo, come gli asceti cristiani e arabi, aveva preso l'abitudine di compiere solitari ritiri in una caverna del monte Hira presso la Mecca, dove si dedicava alla meditazione. Una notte, mentre era addormentato nella caverna, venne svegliato da una voce proveniente da una figura splendente di luce che gli disse "Tu sei l'inviato di Dio, il profeta di Allah". Dapprima spaventato, Maometto si prestò a ricevere i messaggi del Signore per tramite di un messaggero che si presentava come l'arcangelo Gabriele.
I primi messaggi erano dei feroci attacchi ai ricchi mercanti della Mecca, esortati a sottomettersi al creatore unico e onnipotente, a essere umili e giusti e a donare una parte della loro fortuna ai poveri e agli orfani. Questa insistenza sull'uguaglianza tra i credenti, che costituiva un pericolo per gli interessi economici delle classi più abbienti, fu il vero motivo dell'iniziale avversione di queste nei confronti di Maometto. Ben presto si formò intorno al Profeta un gruppo di discepoli che ascoltavano e scrivevano le "rivelazioni" che egli continuava a ricevere e che andarono costituendo il contenuto dei Corano (Cur'án: "recitazione").
Avendo cominciato a predicare le "parole di Dio", che chiedevano l'abbandono della religione politeista in vigore, Maometto e i suoi fedeli, che erano chiamati musulinani (da muslimĂşn: "coloro che rimettono la propria anima a Dio"), vennero presto perseguitati. Costretto ad abbandonare la Mecca nel 622 Maometto si recò in l'esilio a Yathrib (da questa data, la famosa ègira, L'"emigrazione", i musulmani fanno iniziare la nuova era).
Ben presto, però, predicando la guerra santa contro chi non accettava l'islam (atto di "sottomissione" all'unico Dio, Allah), egli trovò seguaci nelle tribù locali, che organizzò politicamente e militarmente. Dopo una serie di guerre, occupò la Mecca distruggendone gli idoli e proclamandola città santa dell'islam. Nel 632 il Profeta muore, ma gli Arabi, ormai uniti dalla nuova religione e guidati dai suoi successori, i califfi, in nome della guerra santa conquistano un territorio immenso intorno al Mediterraneo e lungo il Golfo Persico.

I regni romano-barbarici

Durante tutto il V secolo, nei territori dell'Impero Romano d'Occidente, a causa di continue incursioni armate delle tribù germaniche stanziate oltre il Reno, vennero a crearsi degli Stati in cui il nuovo ceppo germanico conviveva con quello provinciale latinizzato: i cosiddetto "regni romano-barbarici". Uno di questi, il regno dei Franchi, era costituito in realtà non da un popolo, ma da una serie di tribù - Salii, Ripuarii, Sicambri - che occupavano una vasta zona della Gallia settentrionale. Il suo primo re storico, Clodwig (Clodoveo), dopo aver conquistato il regno di Siagrio, sconfisse gli Alamanni, assoggettò i Burgundi e scacciò i Visigoti oltre i Pirenei. La sua conversione al cristianesimo in forma cattolica anziché ariana gli rese amica la Chiesa latina e le popolazioni celtiche locali, permettendogli di realizzare il dominio più vasto e solido dell'epoca, in grado di rivaleggiare con gli Ostrogoti d'ItalĂ­a ed i Visigoti di Spagna.
Successivarncnte, però, la consuetudine germanica di dividere il regno fra tutti i figli maschi del re finì per indebolire la monarchia, creando quattro Stati nel territorio corrispondente all'antica Gallia romana: l'Austrasia a nord-est, la Neustria a nord-ovest, la Burgundia a sud-est e l'Aquitania a sud-ovest. Queste quattro regioni erano rette da quattro ministri, detti "maggiordomi" (dal latino maiores domi o "maestri di palazzo"), ufficialmente sottomessi ai re merovingi, ma di fatto signori indipendenti e proprietari di immensi patrimoni fondiari.
Nel 687 Pipino II d'Heristal, il quale era già maggiordomo d'Austrasia, dopo aver sconfitto la Neustria fu nominato ministro anche di quella regione. Dopo varie vicissitudini il suo potere passerà al figlio maggiore, il futuro Carlo Manello.
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Il regno dei Franchi sotto la dinastia merovingiaStatuetta d'oro rinvenuta nella regione di Le Mans, VII sec.

I re fannulloni

Gli ultimi re merovingi, ridotti in realtà a marionette nelle mani dei "maggiordomi" (inizialmente solo ministri, in seguito, in quanto rappresentanti dell'economia fondiaria, veri depositari del potere politico), furono chiamati dai Principi e dai loro seguaci "re fannulloni", non tanto perché meritassero l'epiteto ingiurioso, quanto piuttosto perché i latifondisti e i maggiordomi nutrivano nei loro conftonti sentimenti di disprezzo e di sufficienza. Lo storico Eginardo (770-840) si compiace di metterli in caricatura, descrivendoli come stupidi e rozzi, incolti e trascurati nel vestire, con i capelli lunghi. In realtà i capelli lunghi erano presso i più antichi Germani il simbolo della regalità e la irridente satira contro questi sovrani-ombra è solo il frutto dell'atteggiamento polemico di una determinata classe sociale.
Dopo la metà del VII secolo fu infatti l'aristocrazia fondiaria ad assumere nei fatti le funzioni del potere regio. i Merovingi, in seguito all'espansione araba nel Mediterraneo avevano visto diminuire le loro ricchezze, legate ai commerci marittimi delle città del Mezzogiorno; l'unica forza economica e sociale era dunque rimasta l'aristocrazia fondiaria, particolarmente forte in Austrasia, (fertile regione nord-orientale del paese), dal momento che la sua prosperità si basava sulla proprietà terriera. I sovrani vennero dunque facilmente esautorati, mentre i "maggiordomi" assegnavano terre e benefici, amninistravano i beni regi, arruolavano le truppe.
L'ultimo re "fannullone", Childerico III, morì nel 743: l'anno prima era nato quel Carlo che sarebbe passato alla storia con l'appellativo di Magno.

Le motivazioni del conflitto

La Spagna visigotica era stata occupata ed era amministrata da tribù berbere africane. Nel 729 ne fu nominato governatore l'integerrimo Abd al-Rahman, straordinario capo militare, che organizzò una spedizione in Aquitania per vendicare il massacro di alcuni distaccamenti musulmani: raccolse truppe in tutti i territori di sua competenza e fece arrivare splendidi cavalieri berberi dall'Africa settentrionale.
scopo iniziale era forse solo il saccheggio, ma l'incursione avrebbe potuto trasformarsi facilmente in un insediamento stabile. Nel 732 i musulmani varcaro i Pirenei depredando l'Aquitania di Oddone. Questi, pur essendone stato in altre occasioni rivale, chiese aiuto a Carlo (maggiordomo di Teodorico IV per l'Austrasia e la Neustria), che, conscio del comune pericolo, o per difendere la chiesa di San Martino a Tours, il principale santuario dei Franchi, o per altre meno nobili intenzioni, raccolse uomini i tra i Franchi, tra i Longobardi d'Italia e tra i Sassoni, per quella battaglia che gli avrebbe meritato il soprannome di "Martello", dal dio della guerra Marte.
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Carlo Martello tra due paggi (miniatura de La Chronique de France)

L'esercito dei Franchi

Gli eserciti germanici dell'epoca non erano ancora, come saranno poi quelli feudali, basati sulla cavalleria pesante: solo i nobili possedevano un cavallo e il reddito necessario a fornirsi di un armamento pesante e del piccolo seguito indispensabile ad accudire la cavalcatura. Peraltro, i pochi cavalieri di Carlo non usavano la pesante lancia da urto, ma semplici giavellotti e lunghe spade. Il ruolo del cavallo era ancora limitato al trasporto del cavaliere che poi avrebbe combattuto appiedato. Proprio in quegli anni, comunque, e forse in conseguenza delle veloci incursioni arabe e grazie alla diffusione dell staffa, Carlo introdusse, per il reclutamento e l'organizzazione delle milizie a cavallo, alcune innovazioni che avrebbero portato profondi mutarnenti nell'arte della guerra in tutta Europa. Sembra infatti che le cavallerie franca e aquitana abbiano avuto un ruolo non secondario nella battaglia di Poitiers, sia nella fase di contenimento degli attacchi dei Berberi, sia nell'inseguimento.
Elmo merovingio
Il nerbo dell'esercito, composto da circa 72.000 combattenti tenaci e feroci, era costituito da contingenti di fanteria di diversa provenienza. I Franchi erano protetti da grandi e pesanti scudi dalla caratteristica forma a goccia e armati per lo più con la tradizionale ascia bipenne da lancio, la "francisca", che dopo essere stata lanciata doveva essere recuperata perché perderla in battaglia era considerato un disonore. Dall'Assia e dalla Franconia provenivano i discendenti dei rudi Gepidi, ricoperti di pelli d'orso e armati in modo eterogeneo.
Alemanni e Bavari brandivano lunghe lance; i Sassoni sfoggiavano enormi spadoni tra due mani e, infine, i Germani delle foreste più esterne combattevano con il corpo completamente dipinto di nero e armati di grosse mazze lignee.

La cavalleria feudale

Il nerbo dell'esercito franco erano state, fino alla metà del VII secolo, le truppe della fanteria. Oltre a richiedere tempi molto lunghi per il loro reclutamento, queste apparivano orinai troppo poco mobili per fronteggiare aggressioni che potevano venire dalle direzioni più diverse. Ai fanti bisognava dunque sostituire veloci squadroni di cavalleria, ben addestrati e fidati.
Carlo Martello creò questa nuova cavalleria, intuendo le potenzialità dell'uso della staffa, forse già diffusa presso gli Avari, i Bizantini, i Musulmani, i Visigoti e i Longobardi, e le attribuì quel ruolo di primo piano che avrebbe conservato fino al XV secolo.
La staffa permetteva di sfruttare appieno la forza d'urto del cavallo lanciato al galoppo e così il cavaliere poteva affrontare il nemico con la lancia tenuta in resta sotto il braccio e infliggergli colpi di una violenza inaudita. La scoperta del combattimento d'urto rese indispensabile l'adozione di armi nuove e di un equipaggiamento più robusto: la corazza a scaglie di ferro, la lancia "impennata", fornita di una sbarretta di arresto alla base della cuspide d'acciaio, lo scudo assottigliato verso il basso, per facilitare il brandeggio mentre si stava a cavallo.
Il servizio militare era in funzione del patrimonio terriero di cui si disponeva: ogni uomo libero con almeno quattro mansi di terra (il manso era un'unità agraria corrispondente al terreno arabile da due buoi attaccati a un solo aratro in un anno, all'incirca 10 iugeri, cioè approssimativamente 13 ettari) era tenuto ad armarsi a sue spese e a prestare servizio come fante.
La cavalleria leggera era costituita da coloro che possedevano fino a dodici mansi; oltre questa soglia si era inquadrati nei ranghi della cavalleria pesante, cosa che comportava l'acquisto di un armamento particolarmente costoso.
Cavalieri carolingi
Soldato di cavalleria spagnola

L'arte militare dell'islam

Inizialmente gli Arabi non avevano eserciti organizzati e omogenei. Il loro modo di combattere, come per tutti i popoli primitivi, si basava soprattutto sull'impeto della fanteria e sull'abilità degli arcieri. La tattica preferita era quella dell'attacco repentino seguito da un'altrettanto rapida ritirata che traeva in inganno il nemico, attirato in un inseguimento che scompaginava le sue file riducendole alla mercè della cavalleria che le massacrava. Si trattava di una antica tecnica scita, non istituzionalizzata in alcun manuale di arte bellica, ma tramandata ai Persiani e dopo di loro ai Parti ed ai Sasanidi, e del tutto naturale, quasi "innata", per gli Arabi. In seguito, però, questi ultimi, avvalendosi della straordinaria capacità di rapide evoluzioni di una speciale e robusta razza equina dolicomorfa (il cosiddetto "cavalluccio arabo"), modificarono il loro primitivo Costume militare, affiancando alle loro fanterie i kurdùs, gli squadroni di cavalleria, nella tattica detta al-karr wa'l-farr (sostanzialmente, un "avanzamento-arretramento").
Il segreto del successo di questo metodo di combattimento era nei tempi di esecuzione: lento era l'arretramento per convincere l'avversario sulla sua "spontaneità", rapidissimo invece il successivo attacco per poter cogliere il nemico prima che si riorganizzasse. La necessità di privilegiare la rapidità andava però a discapito della protezione dei combattenti appiedati. Secondo i cronisti arabi gli uomini di Abd al-Rahman a Poitiers erano circa 80.000, mentre quelli cristiani parlano, ovviamente esagerando, di centinaia di migliaia di uomini. Di quegli 80.000 soltanto una minima parte dovevano essere gli Arabi propriamente detti; la cavalleria berbera doveva costituirne il nerbo, mentre alle fanterie ed agli arcieri provenienti da ogni regione dell'Africa settentrionale sarebbe spettato il compito di contrastare il muro di scudi degli uomini del Nord.
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Cavalieri musulmani

La Battaglia

Gli schieramenti contrapposti

I Cristiani attesero il nemico sulla strada romana da Poitiers a Tours, alla confluenza dei fiumi Clain e Vienne. L'esercito franco si schierò su un'unica formazione, robusta e profonda, costituita da una prima linea di fanteria pesante armata di scudo e lancia, inframezzata da piccoli reparti di cavalleria. Altri reparti di cavalieri scelti erano in seconda schiera, in prossimità dei due lati del centro, come riserva e per evitare aggiramenti. Sul lato sinistro dello schieramento, in posizione un po' arretrata, nascosta in un bosco, stava la cavalleria di Oddone d'Aquitania.
Di fronte a quello franco si dispose l'esercito di Abd al-Rahman. L'ala sinistra, formata da cavalleria leggera, appoggiata al fiume Clain; il centro, composto per intero di fanti e arcieri, sulla via romana; l'ala destra di cavalleria era schierata su una bassa collina. Dietro alle due ali erano disposti i cammelli da trasporto; il loro pungente odore, come gli Arabi sapevano, avrebbe potuto far imbizzarrire i cavalli dei Franchi, scompaginandone le schiere.
La formazione era quella tipica a mezzaluna, con le cavallerie un po' più avanzate della fanteria e disposte a tenaglia, allo scopo di stringere il nemico sulle ali e accerchiarlo.
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Gli schieramenti contrapposti

Gli assalti della cavalleria musulmana

I due eserciti si fronteggiarono immobili per una settimana, poi si venne alla mischia. La battaglia, iniziata all'alba, durò fino al tramonto. Gli Arabi andarono all'attacco per primi al grido di Allah Akbar ("Dio è grande") e investirono l'esercito di Carlo Martello con le cavallerie.
I cavalieri berberi si alternavano davanti alle linee dei fanti subissandole con una continua pioggia di giavellotti e molestandole con brevi, violenti e ripetuti assalti ovunque vedessero o credessero di vedere il formarsi un varco. Ai fanti cristiani, appesantiti e protetti dai loro enormi scudi, non restava che scegliere quell'immobilità che un cronista contemporaneo avrebbe dipinto, con qualche esagerazione, come un "muro di ghiaccio". È del tutto logico e consueto, infatti, che di fronte alle cavallerie nessun tipo di fanteria osi muoversi se non quando, a cavalli ormai sfiancati, il nemico non si pone definitivamente in ritirata. I guerrieri, protetti dai loro alti scudi, mantennero quindi l'ordinamento profondo a ranghi chiusi, accontentandosi di abbattere con e loro picche, le spade e le asce quanti Berberi arrivavano a tiro, ferendo prima i cavalli e finendo poi i cavalieri protetti solo da leggere armature.
La battaglia continuò così per ore, con ondate successive di inutili assalti, ora della fanteria africana, ora dell'agile cavallena berbera. Vano si dimostrò anche il tentativo di attuare la consueta tattica dell'improvvisa fuga seguita da un attacco repentino: Carlo Martello non cadde nell'inganno e non lanciò i suoi uomini all'inseguimento.
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Gli assalti della cavalleria musulmana

L'attacco vìncente di Carlo Martello

Quando gran parte della cavalleria saracena si era ormai dissanguata sul muro di scudi e lance dei Gerinani, Carlo diede il segnale convenuto facendo accendere un gran fuoco. La cavalleria d'Aquitania, allora, uscì dal bosco e caricò il fianco destro dei Musuhnani, mettendolo in rotta.
A questo punto l'esercito franco avanzò compatto travolgendo quello opposto arabo e tutto ciò che incontrava sul suo cammino. I bruni fanti saraceni, privi di qualsiasi pur minima corazzatura, non potevano competere corpo a corpo con i biondi giganti del nord. La battaglia si trasformò in una carneficina che, tuttavia, si prolungò sino a notte inoltrata, quando Abd al-Rahman venne ucciso da un colpo di scure, forse infertogli dallo stesso Carlo Martello. L'esercito musulmano cessò allora ogni resistenza, lasciando in mano ai Franchi le tende, i guerrieri feriti, le armi e il bottino razziato in Aquitania.
Le fonti arabe riferiscono un andamento della battaglia piuttosto diverso ma identico nelle conclusioni. I combattimenti sarebbero stati sospesi al tramonto e ripresi all'alba; nella nuova giornata i cavalieri berberi avrebbero fatto breccia nel centro della fanteria cristiana, ma ad un tratto, al diffondersi della voce che i nemici stavano saccheggiando l'accampamento, molti guerrieri sarebbero corsi a proteggere le tende per timore di perdere il bottino. L'intero esercito, allora, turbato da questa "fuga", avrebbe abbandonato le posizioni. Secondo questa ricostruzione, insomma, la colpa della sconfitta era da attribuirsi non al valore dei Franchi, ma alla cupidigia degli Arabi stessi, puniti in un certo senso da Dio per non essere stati fino in fondo dei "veri credenti".
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L'attacco vìncente di Carlo Martello

L'ammontare delle perdite

Le cronache medievali parlano di 1007 caduti tra i Cristiani, facendo ammontare addirittura all'incredibile numero di 375.000 le perdite dei nemici.
Entrambe le cifre peccano senz'altro l'una per difetto e l'altra per eccesso; tuttavia le perdite musulmane dovettero essere terribili, dal momento che lo scontro è ricordato dagli Arabi come balàt ashshuhadà ("il lastricato dei martiri della fede").

Poitiers: svolta storica o battaglia-simbolo?

La battaglia di Poitiers è uno dei fatti d'arme più esaltati dalla storiografia germanica, secondo la quale Carlo Martello con il suo esercito costituì l'ultimo baluardo contro l'invasione musulmana che, altrimenti, avrebbe snaturato per sempre la cultura francese: "[...] i fanti di Carlo Martello fronteggiarono l'urto dei cavalieri nemici restando saldi come un muro e uniti come un blocco di ghiaccio [...]" (Monumenta Germaniae Historica).
La battaglia è stata caricata dunque di un significato simbolico e nazionalistico e di un valore epocale che la critica storica moderna è molto più cauta nell'attribuirle. Certo è però che la Spagna, dove nessuna Poitiers fermò l'avanzata dei Mori, rimase per secoli sotto il dominio musulmano, e fu necessaria una lunghissima guerra di reconquista perché tomasse cristiana.
Peraltro, la storiografia islamica antica sembra considerare più pesanti di quella di Poltiers le sconfitte subite successivamente nel Meridione francese, che causarono la rinuncia a Narbona e il confinamento dell'influenza moresca a sud dei Pirenei. Per la prima volta, comunque, l'lslam aveva conosciuto un'amara sconfitta in Occidente: ci sarebbero state, altre scorrerie, alcune vittorie e infine il disastro al fiume Berre. Mai più dopo di allora i Musulmani furono in grado di organizzare una spedizione altrettanto potente diretta verso il cuore dell'Europa.
Da parte sua, Carlo Martello diede prova certamente di essere un ottimo comandante e di aver fatto assumere al proprio esercito l'ordinamento migliore per arrestare l'impetuosa cavalleria nemica. E questo non è poco, se si considera che, in quell'epoca, in Europa, la tradizione dell'arte bellica era andata sostanzialmente perduta.

Le conseguenze storiche

Respinti dall'Aquitania, gli Arabi di Spagna continuarono a mantenere un forte caposaldo a settentrione dei Pirenei: Narbona (che sarà espugnata da Pipino III soltanto ventisette anni dopo la battaglia di Poitiers) era il centro di irradiazione dei loro tentativi di espandersi verso la valle del Rodano. Da quel momento se si escludono le vicende legate alla "signoria piratesca" del IX secolo che aveva centro nell'attuale St. Tropez e si estendeva dalla Liguria alle prime pendici della Svizzera, i confini del mondo islamico regredirono lentamente per passare ancora una volta dalla Spagna all'Africa.
Carlo Martello, invece, da una campagna intrapresa inizialmente a fini esclusivamente difensivi, otterrà l'intero Mezzogiorno di Francia e lo sbocco sul Golfo del Leone.
L'esperienza di Poitiers rafforzò in Carlo la convinzione che i Franchi dovessero dotarsi di una robusta cavalleria da urto; d'altronde, la fusione di due istituti simili, la commendatio di origine tardo imperiale, ed il comitatus di origine germanica, già spingevano in quella direzione fin dai tempi dei Merovingi. Con la commendatio ("accomandazione"), i signori rurali legavano a sé ed al podere, temporaneamente o a vita, i propri subordinati; il comitatus, invece, corrispondeva al legame di fedeltà, consacrato da un giuramento solenne, tra il componente di un seguito armato e il suo capo militare. Con i cavalieri di Carlo Martello, sorge e si rafforza, anche su un piano squisitamente militare, quella "relazione di vassallaggio", nuovo e originale istituto che con Carlo Magno sarebbe divenuto pienamente politico e avrebbe improntato di sé un'intera epoca: quella feudale.
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Battaglia tra Franchi e Sassoni (miniatura)

E se avesse vinto Abd al-Rahman?

La spedizione di Abd al-Rahman non aveva fini di immediata conquista, bensì di esplorazione e bottino. Si può supporre dunque che l'eventuale vittoria araba non avrebbe di per sé sconvolto i processi in corso nel nord della Francia, ma tutt'al più li avrebbe rallentati nel tempo e limitati nello spazio. D'altronde, anche senza contare che l'imminente guerra civile tra Omayyadi ed Abassidi avrebbe di lì a poco paralizzato ogni energia dell'impero musulmano, non sembra credibile che il permanere degli Arabi a nord dei Pirenei avrebbe potuto favorire la conversione all'Islam di quei popoli: troppe e troppo profonde le distanze razziali, culturali, le tradizioni, i costumi e gli interessi economici.
Conseguenze invece vi sarebbero state per la fiorente isola di Sicilia, che, senza le vittorie dei "maggiordomi" prima e dei Carolingi poi, sarebbe stata forse "risparmiata" dall'Islam e non avrebbe dunque dato vita a quella splendida fioritura artistica e architettonica, originatasi proprio dal connubio delle "delizie" arabe con le "rudezze" normanne.

Conache originali

Cronaca di anonimo arabo

Attraversarono il fiume il fiume Garona ,invasero il paese e presero innumerevoli prigionieri. Questo esercito fu per i luoghi come una tormente desolatrice per tutto e la prosperità dei luoghi rese insaziabili quei guerrieri. Nel passaggio del fiume Abd al Rahman attaccò il conte che si ritirò nel suo rifugio. ma i mussulmani lottarono contro di lui ,entrarono con forza e uccisero il conte. Tutti i paesi dei Franchi tremarono davanti a questo terribile esercito e e ricorsero al loro re Caldus (Carlo Martello) al quale narrarono le devastazioni che avevano fatto i cavalieri mussulmani e lo avvertirono che con la loro ferocia avevano attraversato tutte le terre della Arbuna (Narbona), Tolosa e Bordeaux,e gli raccontarono della morte del suo conte. Allora il re li confortò e offri il suo aiuto. Montò sul suo cavallo e guidò la sua armata che era innumerevole e andò incontro ai musulmani e giunse alla grande città di Tours. Abd al Rahmán e altri cavalieri videro il disordine delle truppe mussulmane che procedevano cariche di bottino però non si arrischiarono a contrariare i soldati chiedendo loro di abbandonare tutto il bottino tranne le armi e i cavalli. Abd al Rahmán ebbe fiducia nel valore dei suoi soldati e nella fortuna che fino ad allora aveva avuto. ma la mancanza della disciplina è sempre fatale per gli eserciti. Abd al Rahmán e il suo esercito attaccarono Tours per prendere altro bottino e lottarono con tanta fierezza che atterrirono la città quasi davanti agli occhi dell'esercito che veniva a salvarla: la crudeltà e la furia dei mussulmani verso gli abitanti della città fu come la furia e la crudeltà delle tigri feroci. E' chiaro che il castigo di Allah avrebbe certamente seguito questi eccessi e la fortuna a loro favorevole divenne contraria ai mussulmani. Vicino al fiume Owar (Loira) due grandi eserciti di due lingue e di due fedi si diressero l'uno contro l'altro. I cuori di Abd al Rahmán, dei suoi capitani e dei suoi uomini si riempirono di ira e di orgoglio e furono i primi che iniziarono a combattere. I cavalieri mussulmani si lanciarono con furia contro i battaglioni dei Franchi che resistettero valorosamente e molti caddero da ambedue i lati fino al tramonto del sole. La notte separò i due eserciti :ma nel grigio della mattina i mussulmani tornarono alla battaglia. I cavalieri si lanciarono subito verso il centro dell'esercito cristiano. Ma molti mussulmani ebbero paura di perdere il bottino che avevano accumulato nelle loro tende e si diffuse nelle loro file una falsa voce che alcuni dei loro nemici stavano saccheggiando l'accampamento. Allora molti squadroni di cavalieri mussulmani si diressero verso di essi per difenderli. Sembravano però che fuggissero e l'esercito era confuso. E mentre Abd al Rahmán si sforzava di calmare il tumulto e li faceva tornare alla battaglia i guerrieri franchi lo circondarono e lo trafissero con le lance uccidendolo.Allora tutta l'esercitò fuggi davanti al nemico e molti morirono nella battaglia.

Cronaca di San Isidoro

Allora Abderrahman vedendo la terra piena della moltitudine del suo esercito attraversò i Pirenei e passando fra le gole e le pianure penetrò devastando e uccidendo nelle terre dei Franchi . Attaccò battaglia con il duca Eude al di la della Garonna e della Dordogna e lo sconfisse in modo tale che che Dio solo conosce il numero dei morti e dei feriti. Quindi Abderrahman insegui ancora Eude: distrusse palazzi, bruciò chiese e pensò che avrebbe potuto saccheggiare la basilica di S. Martino di Tours. Fu allora che gli venne incontro, faccia a faccia il signore di Austrasia Carlo,il grande combattente fra la sua gente e esperto in tutti i fatti di guerra. Per quasi sette giorni i due eserciti si fronteggiarono l'un l'altro aspettando ansiosamente il momento di affrontarsi in battaglia. Finalmente furono pronti al combattimento. E nello scontro della battaglia sembravano come il mare del nord che non può essere mosso: essi stavano fermi saldamente, l'uno vicino all'altro formando come una muraglia di ghiaccio e con il grande sibilo delle loro spade colpivano gli arabi. Come un forte esercito intorno al loro capo la gente di Austrasia respingeva tutto davanti ad essi . Le loro mani instancabili spingevano le loro spade nel petto dei loro nemici. Alla fine la notte divise i combattenti.
I Franchi incerti abbassarono le loro armi e vedendo le innumerevoli tende degli arabi si preparavano a un’altra battaglia il giorno dopo. Al primo mattino, quando uscirono dai loro accampamenti gli europei videro le tende arabe allineate ancora in ordine e nello stesso luogo dove avevano messo il loro campo. Non sapevano che erano vuote e temevano che le falangi dei saraceni fossero pronte alla battaglia, e mandarono delle spie per accertare i fatti. Le spie scoprirono che gli squadroni degli Hismaeliti (arabi) erano scomparsi. Infatti durante la notte essi erano fuggiti con il più grande silenzio, dirigendosi con grande rapidità verso la loro terra. Gli europei incerti e paurosi che fossero ancora nascosti in ordine per tornare a piombare loro addosso in una imboscata mandarono esploratori per ogni dove ma con loro grande meraviglia non trovarono nulla. Allora senza preoccuparsi di inseguire i fuggitivi essi si accontentarono di dividersi le spoglie e ritornare direttamente contenti ai loro paesi

Approfondimenti

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Riferimenti Bibliografici

Riferimento bibliografico  Le grandi battagle della storia, a cura di Livio Agostini e Piero Pastoretto. Viviani Editore
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