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La fine d'Outremer

Storia della fine dell'esperienza Crociata in Terra Santa e di quello che veniva ancora laconicamente definito "Regno di Gerusalemme"

La caduta del Regno di Gerusalemme

La caduta della città d'Acri (Akko o Akkro) nel maggio del 1291, rappresentò la fine dell'esperienza Crociata in Terra Santa e di quello che veniva ancora laconicamente definito "Regno di Gerusalemme".

In realtà la Città Santa non faceva più parte dei possedimenti Cristiani d'Outremer da quasi mezzo secolo (1244), e questi si riducevano ad una sottile striscia di terra sul litorale Siriano che comprendeva oltre ad Acri, le città di Tiro, Sidone, Tripoli, Beirut e qualche castello e fortilizio isolato, difeso dai cavalieri degli Ordini Religioso-Militari.

In una lettera inviata al re di Francia Luigi IX nel 1260, il Maestro dei Templari elencando i possedimenti Cristiani, escluse castelli e fortificazioni che a quella data erano ancora in mano ai crociati; quest'omissione traduceva probabilmente la consapevolezza che la difesa d'alcune posizioni non sarebbe durata a lungo, o che in ogni caso non avrebbe resistito alla dilagante avanzata delle forze mussulmane, guidate in quel momento da un formidabile condottiero, il Sultano Baibars.

Il XIII secolo aveva assistito ad una serie di frustranti tentativi di riconquista da parte dei Crociati, generalmente a seguito di spedizioni militari dall'Occidente, che si erano in pratica tradotti più o meno tutti in fallimento.
Gerusalemme, che il Sultano curdo Saladino aveva riconquistato all'Islam nel 1187, grazie alla diplomazia dell'Imperatore Federico II era tornata per una breve parentesi in mano ai cristiani.
Nella realtà la "Crociata" dello scomunicato Federico non era stato niente di più che un accordo diplomatico con il Sultano Al-Kamil, nel quale si concedeva ai cristiani di rioccupare la Città Santa, ad eccezione dei luoghi sacri all'Islam, in particolare l'area del Tempio e le due Moschee che dovevano rimanere sotto il controllo musulmano.
I termini di quest'intesa, che scontentava il mondo cristiano alla pari di quello musulmano, trovavano giustificazione nel fatto che entrambe le controparti in causa, vale a dire sia Al-Kamil che Federico, non spiccavano per osservanza e tanto meno per fanatismo religioso, e potendo, preferivano per diverse ragioni evitare la guerra.

Ma quella con Federico II era stata una breve parentesi:
Gerusalemme era rimasta Cristiana fino al 1244, anno in cui i cavalleggeri khwarizmiani l'avevano assalita saccheggiandola, distruggendo case e chiese e trucidando quanti non erano riusciti a mettersi in salvo. Nella furia della devastazione, erano state persino distrutte le tombe dei sovrani cristiani che si trovavano nella Basilica del Santo Sepolcro, e quest'ultima data alle fiamme.
La Città Santa non sarebbe mai più stata Cristiana.

La seconda metà del 1200, era stata caratterizzata dalla sempre più rapida avanzata delle forze dell'Islam, che grazie ad una serie pressoché incontrastata di conquiste, era riuscita a confinare la presenza Cristiana in un lembo di terra costiera.

Nel 1271, dopo un assedio di circa un mese, capitolava il Krak des Chevaliers, l'imponente castello degli Ospedalieri che dominava il valico di Homs, dove si incrociavano le strade per Damasco, Tripoli e Aleppo.
La fortezza che lo stesso Saladino aveva considerato imprendibile, non resistette all'assalto dei Mamelucchi di Baibars muniti di formidabili macchine da assedio.
La perdita di una posizione tanto strategica così come la disfatta della guarnigione Ospedaliera che da più di un secolo reggeva il castello, non solo si traduceva come una disfatta militare, ma influiva di certo negativamente sugli animi già sfiduciati di quanti restavano a difendere la Terra Santa.

Probabilmente in alcune menti si faceva largo l'idea sempre più chiara, che a meno di un intervento concreto da parte dell'Occidente Cristiano, il destino del Regno crociato era segnato. Ma in Europa l'attenzione per le vicende d'Outremer era sempre minore, e si era ormai lontani dai tempi nei quali predicatori esaltati come Pietro l'Eremita, o eruditi oratori come San Bernardo accendevano gli animi chiamando alla Crociata.

Accanto a questa perdita d'entusiasmo per il "pellegrinaggio" armato verso la Terra Santa, un altro sentimento si andava diffondendo: il sospetto che esistesse una qualche responsabilità dei Cristiani stabilitisi in Oriente, alla progressiva perdita di territori.
Una certa diffidenza veniva di certo alimentata dai racconti di quanti ritornavano in patria dopo una spedizione organizzata. La realtà di vita di quanti risiedevano in maniera stabile in Terra Santa ed il loro "adattarsi" all'ambiente orientale, nonché la convivenza con il mondo musulmano con il quale le popolazioni cristiane avevano dei rapporti diplomatici non necessariamente sempre bellicosi, erano tutti elementi che impressionavano le coscienze di quanti arrivavano dall'Occidente desiderosi di far guerra e scacciare l'infedele.

Incredibilmente però, la condotta dei Cristiani di Terra Santa era decisamente non in accordo con la reale condizione vissuta. Il contesto d'estrema precarietà nella quale si trovavano, avrebbe richiesto per logica un impegno all'unità ed alla collaborazione, e l'esclusione d'ogni comportamento giustificato solamente da un tornaconto personale e non da una visione utilitaristica generale.
Al contrario, egoismi, invidie e vere e proprie faide intestine minavano ancor più la stabilità del Regno; gli interessi commerciali ed economici condizionavano le scelte, le gelosie e le antipatie personali influenzavano accordi e alleanze e la difesa dei propri beni e del potere acquisito era il principale obiettivo per molti.

Le Repubbliche marinare italiane ed i mercanti ad esse collegati, incidevano pesantemente nella politica e nelle relazioni diplomatiche con le autorità musulmane; ed in questa loro attività erano spesso in feroce disaccordo tra loro. Parimenti gli Ordini Religioso-Militari che nel XIII° secolo si erano maggiormente affermati nello scenario politico gerosolimitano, avevano tra loro rapporti difficili e contrastati, dove incomprensioni e scelte contrarie scavavano un solco sempre più profondo.

Alla morte di Baibars avvenuta nel luglio del 1277 e alla sua successione da parte dell'emiro siriano Qalawun che aveva spodestato gli eredi legittimi del suo predecessore, aveva fatto seguito un periodo relativamente tranquillo per il Regno di Gerusalemme, durante il quale la minaccia di aggressione esterna sembrava affievolirsi. Ma i Cristiani non approfittarono di questa pausa, spendendo energie e mezzi in feroci faide ed incrociando le armi tra loro stessi.

La corona di Gerusalemme spettava al giovanissimo Enrico, Re di Cipro, succeduto al fratello ed al padre Ugo nel 1285, cagionevole di salute e affetto da crisi epilettiche. Nonostante ciò che restava del Regno fosse praticamente prossimo a frantumarsi sotto l'avanzata del mondo arabo e diviso da lotte interne, i solenni festeggiamenti per l'incoronazione del giovane Re che si tennero ad Acri nel 1286, furono celebrati per due settimane con grande sfarzo come se si fosse trattato delle feste di un esercito vincitore anziché di un Regno in rovina.

Nel 1289 Qalawun infranse la tregua con la città di Tripoli e il 26 aprile dello stesso anno il suo esercito aveva ragione delle mura di cinta e invadeva le strade, massacrando la popolazione e radendo al suolo case e palazzi. La distruzione della città trovava giustificazione nell'obiettivo del Sultano di impedire ai Cristiani di ristabilirvisi in seguito, magari arrivandoci via mare.
L'aggressione di Tripoli da parte dei Mamelucchi dimostrava chiaramente l'intento di Qalawun di voler riprendere le ostilità contro i possedimenti Cristiani, proseguendo l'opera del suo predecessore.
Nelle trattative diplomatiche che seguirono a questo atto di guerra, fu stabilita una nuova tregua che avrebbe avuto la durata di dieci anni (dieci mesi e dieci giorni).

Ma i Cristiani erano ben consci della fragilità di questo accordo, essendo chiaro che dare troppa troppo fiducia al Sultano poteva essere una scelta pericolosa.
In conseguenza di quest'ultima valutazione una delegazione partì alla volta dell'Europa per esporre il quadro della realtà vissuta in Terra Santa, con la speranza che il racconto di quanto la situazione fosse compromessa, impressionasse gli animi provocando come risposta una mobilitazione armata.
Il Papa Niccolò IV si impegnò prontamente scrivendo ai vari Principi Europei, implorando di inviare aiuti. Il mondo europeo stava comunque mutando, ed i problemi di una terra così lontana, anche se considerata Santa per la sua Storia, passavano decisamente in secondo piano.

La richiesta d'aiuto d'Outremer trovò risposta in pratica solo nell'Italia centro-settentrionale.
A decidere di partire furono però non i nobili e i cavalieri, bensì gente del popolo, contadini e disoccupati in cerca di avventura, speranzosi non solo di ricavare da questa esperienza la remissione dei peccati e la salvezza eterna, ma anche di migliorare la loro condizione sociale con un eventuale bottino.

Non era questo che il Papa considerava di inviare come aiuto ai Cristiani d'Oriente, e non era certo ciò che questi si aspettavano di ricevere. Indisciplinati, rissosi, ubriaconi, già dal loro arrivo nell'agosto del 1290 ad Acri, posero dei problemi non essendo facilmente gestibili neppure da coloro che erano considerati loro comandanti.
Questa accozzaglia di facinorosi avrebbe contribuito a determinare la fine del Regno di Acri, offrendo a Qalawun il pretesto per rompere la tregua stipulata con il Re Enrico e scagliare la sua potenza bellica contro la città.
Verso la fine di agosto i nuovi arrivati, il cui comportamento ricordava molto gli sbandati che avevano seguito Pietro l'Eremita nel 1097, ansiosi di rispettare il loro voto e fare guerra agli infedeli, attaccarono i mercanti arabi venuti a commerciare i loro prodotti in accordo con le condizioni di pace stabilite con la recente tregua. Rapidamente sotto gli occhi esterrefatti della popolazione locale, questa folla fanatica prese a massacrare tutti i musulmani che incontrava, non risparmiando alcuni cristiani indigeni, confusi a causa della barba che era erroneamente considerata come un indizio di appartenenza all'Islam.

Nonostante l'intervento dei nobili della città e dei cavalieri degli Ordini, che si prodigarono per fermare l'aggressione e mettere in salvo i superstiti, l'accaduto rappresentava un gravissimo errore diplomatico al quale si cercò di rimediare inviando scuse e giustificazioni al Sultano; ma questi che probabilmente non aspettava altro che un pretesto per sbarazzarsi dei Cristiani, dopo aver inutilmente richiesto la consegna dei responsabili, decise di ricorrere alle armi.

Sul finire dell'estate del 1290 Qalawun cominciò a prepararsi ordinando una mobilitazione e comandando la costruzione di un gran numero di macchine da assedio.
Fece circolare la voce che l'obiettivo della sua spedizione era l'Africa, ma come già successo in passato in occasione dell'aggressione a Tripoli, il Maestro dei Templari grazie ad informatori segreti reclutati tra gli Arabi, venne a conoscenza delle reali intenzioni del Sultano. I suoi tentativi di evitare il ricorso alle armi e negoziare ancora la pace fallirono miseramente, dapprima perché non fu creduto quando riferì al consiglio cittadino le informazioni ottenute, e successivamente per il rifiuto di versare un'ingente somma di denaro a Qalawun a titolo di risarcimento come da questi richiesto.

Verso la fine di quello stesso anno l'esercito mammelucco si mosse diretto ad Acri con grande impiego di uomini e mezzi, ma non percorse molta strada che il Sultano cadde malato e dopo alcuni giorni morì.
I Cristiani però, non ebbero modo di rallegrarsi a lungo per la sua scomparsa, poiché il figlio di questi Al Amil El Eshraf, era fermamente intenzionato a portare a termine quanto il padre aveva iniziato.
In una lettera inviata al Maestro dei Templari Guglielmo de Beaujeau, pur rivolgendosi con toni pacati e parole di stima nei suoi confronti, ribadiva chiaramente la volontà di attaccare la città, non essendo disposto ad accettare né lettere di scuse né offerte in denaro.
Trascorsero alcuni mesi durante i quali furono intensificati i preparativi per la guerra e radunata una armata dalle dimensioni gigantesche; durante la marcia di avvicinamento Al-Amil continuò a reclutare guerrieri per la sua impresa, e le fila del suo esercito si ingrandirono di un gran numero di armati.

Il 5 aprile 1291, l'imponente macchina da guerra giunse alla meta e prese posizione sotto le mura di Acri.
La città che contava 35/40.000 abitanti, si affacciava direttamente sul mare ed era difesa da una doppia cinta di mura lungo le quali si alzavano dodici torri. A difenderla meno di mille cavalieri forse ottocento, e 10/14.000 fanti. Decisamente troppo pochi per confrontarsi con le forze del sultano.
Pur considerando esagerate le cifre che stimavano l'esercito di Al-Eshraf forte di 160.000 fanti e 60.000 cavalleggeri, la sproporzione delle forze era enorme.
Facevano parte dei suoi equipaggiamenti due gigantesche catapulte chiamate la Furiosa e la Vittoriosa; quest'ultima era stata impiegata con successo circa venti anni prima durante l'assedio al Krak des Chevaliers, e per recuperarla durante la marcia di avvicinamento era stata necessaria una deviazione che aveva rallentato l'avanzata di un mese. Inoltre si contavano un centinaio di mangani di dimensioni più ridotte, chiamati i "Buoi Neri".
Le forze che i Cristiani potevano mettere in campo erano quindi assolutamente inadeguate ad affrontare un'armata come quella di Al-Eshraf, nonostante nei mesi precedenti all'assedio si fosse cercato di radunare quante più forze disponibili.
L'assedio della città si concentrava comunque solo sulla terraferma, lasciando libera la possibilità di sfruttare il mare per i rifornimenti o come via di fuga; i Cristiani tentarono di sfruttarlo anche come sistema di difesa, allestendo una grande catapulta sistemata a bordo di una nave con la quale bersagliarono l'accampamento degli assedianti. Per qualche giorno riuscirono in questo modo a tempestare l'accampamento nemico, ma le condizione del mare peggiorarono fino a quando una tempesta fece colare a picco la nave.
Nell'estremo tentativo di ribaltare ancora la situazione, fu tentata una sortita notturna. La notte del 15 aprile, con un magnifico chiaro di luna il Maestro dei Templari, spalleggiato dal cavaliere svizzero Oddone di Granson che guidava le forze del Re inglese, uscì dalla città con trecento cavalieri. L'effetto sorpresa giocava a loro vantaggio e fu quindi abbastanza agevole per loro giungere a ridosso dell'accampamento nemico. L'obiettivo era sabotare in qualche modo le macchine d'assedio, ma per i cavalli era difficile manovrare tra le tende, e alcuni di questi inciamparono nei picchetti e nelle corde, disarcionando i loro cavalieri; lo scompiglio provocò l'allarme e la pronta reazione delle forze del Sultano di Hama nel cui settore era stata tentata l'impresa, ed i Templari e gli altri cavalieri che li accompagnavano furono costretti a rientrare, pur con alcune perdite.
Nel corso di quello stesso mese di aprile, in una notte senza luna gli Ospedalieri guidarono un altro tentativo; ma in questa occasione non appena si aprì la porta ed ai cavalieri comandato di montare in sella, l'accampamento musulmano si illuminò a giorno, segno che le sentinelle erano già allertate. I Cristiani compresero quindi che era inutile sperare di sorprendere le forze di Al-Eshraf ed abbandonarono l'idea di altre imprese notturne considerate troppo rischiose.

Nei primi giorni di maggio, dopo circa un mese di assedio, giunse da Cipro il giovane Re Enrico II con i rinforzi che era riuscito a radunare; ma con 100 cavalieri e duemila fanti la situazione dei Cristiani non si modificava e rimaneva decisamente critica.
In un estremo tentativo di riallacciare i negoziati, il Re inviò due cavalieri a parlamentare con il Sultano, chiedendo (come se non fossero chiari) i motivi che lo avevano spinto a rompere la tregua.
Il Sultano li ricevette fuori della sua tenda e si dimostrò subito non disposto a trattare la pace con i Cristiani, offrendosi di risparmiare la vita degli assediati se la città si fosse arresa; questo in rispetto al coraggio dimostrato dal giovane Re che, benché malato, si era presentato per tentare di salvare le sorti di Acri.
Mentre i cavalieri si sforzavano di chiarire che non era loro consentito di scegliere la resa, dalle mura della città parti un masso scagliato da una catapulta, il quale piombò a pochi metri dalla tenda del Sultano.
Questo poneva fine ad ogni ulteriore trattativa, ed i due cavalieri minacciati di morte dal Al-Eshraf stesso, furono risparmiati e rimandati indietro a riferire che l'unica soluzione all'assedio era lo scontro armato.

Al di là di ogni considerazione etica giustificante o no la presenza dei Cristiani in Terra Santa, (presenza che si era imposta circa due secoli prima con un atto di guerra ed era riuscita a resistere fino allora grazie a comportamenti non certamente in linea con il messaggio evangelico), o senza distinguere in maniera rigida in quale schieramento collocare i buoni ed in quale i cattivi, va comunque riconosciuto che nel disperato tentativo di difendere quel lembo di terra che era rimasto in loro possesso, "gli uomini delle Crociate" scrissero pagine di epica, riabilitando il loro onore troppe volte smarrito in passato per meschinità ed egoismi. La gente cristiana della Siria Franca, ed in particolare gli Ordini dell'Ospedale e del Tempio avevano molto da farsi rimproverare nella loro condotta, ma durante quei momenti drammatici seppero recuperare lo spirito delle origini battendosi eroicamente contro un nemico impari.

Per organizzare la difesa le varie forze disponibili si distribuirono lungo le mura, e ad ogni contingente armato fu assegnato un settore. I cavalieri Ciprioti e gli uomini del Re, spalleggiati dai Cavalieri Teutonici, difendevano quello che era considerato il punto più vulnerabile delle mura, dove si fronteggiavano sul versante esterno la Torre di Re Enrico e su quello interno la Torre Maledetta. Sul lato delle mura che scendeva alla loro destra, presero posizione i soldati del Re di Francia al comando di Jean de Grailly, gli Inglesi guidati da Oddone di Granson, ai quali si aggiungevano le forze dei Pisani e dei Veneziani.
Alla sinistra del Re Enrico II, lungo il tratto di mura che volgeva a nord di fronte al quartiere chiamato Montmusart, presero posizione gli Ospedalieri a fianco dei quali si schierarono i Templari. Nei quasi due secoli di storia i due Ordini si erano trovati spesso in disaccordo, divisi da gelosie, rivalità e scelte politiche contrarie, ed anche nelle operazioni militari che gli avevano visti schierati insieme, si collocavano spesso a distanza, costituendo uno l'avanguardia e l'altro la retroguardia dell'esercito. Il racconto di quanti riuscirono a scampare all'assedio ed in particolare la cronaca del "Templare di Tiro", testimone oculare di quegli eventi e scrivano del Gran Maestro (pur non essendo un Templare), riferirono al contrario di come i cavalieri dei due Ordini combatterono uniti, fianco a fianco e spalla contro spalla, dimentichi di tutto ciò che in passato gli aveva divisi.
Nei primi giorni di maggio, sotto l'incessante bombardamento delle macchine d'assedio mamelucche, alcune fortificazioni cominciarono a cedere, e già l'8 del mese i difensori di una postazione avanzata, considerandola indifendibile le diedero fuoco e la lasciarono crollare.
Il giorno 15 le forze del Sultano riuscirono ad aprirsi un varco nelle mura esterne nel tratto che fronteggiava la Torre Maledetta, dove si concentrarono gli sforzi difensivi; il giorno successivo fu respinto un tentativo di attacco in quello stesso settore, ed il maresciallo degli Ospedalieri Matteo di Clermont si distinse compiendo veri prodigi di valore.
Ma la mattina del venerdì 18 maggio, al suono incessante delle trombe, dei cembali e dei tamburi, il Sultano scagliò tutta la forza offensiva del suo esercito contro una larga estensione delle mura. Trecento tamburini incitavano i guerrieri all'attacco, ed al suono degli strumenti si univano le urla degli assalitori con un fracasso assordante.

Rapidamente riuscirono ad aprirsi un varco attraverso la Torre Maledetta, ed i cavalieri Siriani e Ciprioti deputati a difenderla stentavano a frenare la loro avanzata e stavano per essere ricacciati sul lato sinistro delle mura, quando giunsero in loro aiuto gli Ospedalieri ed i Templari affiancati, guidati da Matteo di Clermont e dai due Gran Maestri. Per qualche momento questo manipolo di disperati arginò l'avanzata furiosa degli assalitori, riuscendo persino a farla indietreggiare. Durante una fase di pausa del combattimento, mentre alzava il braccio per impartire un ordine, il Maestro dei Templari Guglielmo di Beaujeau fu colpito da una freccia e si rovesciò sul cavallo; deposto morente su un grande scudo fu portato dai suoi uomini alla casa del Tempio dove, dopo una breve agonia spirò e fu tumulato sotto l'altare della cappella.
Fuori il combattimento infuriava, e le armate di Al-Eshraf dilagavano ormai per le strade di Acri, dove gli uomini ancora in grado di combattere tentavano un'estrema quanto vana difesa. Sul porto la confusione era indescrivibile, con un gran numero di fuggiaschi che cercava scampo nelle imbarcazioni disponibili, per altro insufficienti a mettere in salvo tutti.
I soldati Francesi ed Inglesi che per un certo tempo erano riusciti a tenere le loro posizioni e fronteggiare gli assalti, dovettero alla fine ritirarsi. Il cavaliere Oddone di Granson riuscì a far imbarcare un gran numero di scampati e tra questi il comandante dei Francesi Jean de Grilly rimasto ferito, dopodiché si imbarcò lui stesso. Il Re Enrico II° ed il suo seguito si imbarcarono alla volta di Cipro, considerando ormai persa la città ed inutile ogni tentativo di difesa.
Accanto ad episodi di estrema carità, come quello operato dal Patriarca della città che concesse ad un gran numero di fuggitivi di salire sulla sua imbarcazione, la quale fini per rovesciarsi sotto il carico eccessivo, ci fu anche chi arrivò a pretendere un pedaggio per un posto a bordo che equivaleva alla salvezza.
Purtroppo non c'era un numero sufficiente di navi per trarre in salvo tutti, e molti finirono per essere massacrati o, nel caso di giovani donne e fanciulli, fatti prigionieri e venduti in seguito come schiavi.

A sera tutta la città era nella mani di Al-Eshraf tranne il castello dei Templari, detto la Volta d'Acri, affacciato direttamente sul mare, dove avevano trovato rifugio oltre ai pochi cavalieri e soldati superstiti un certo numero di quanti erano scampati alla furia degli assalitori.
Per una settimana la fortezza resistette ai tentativi di espugnarla da parte dei mamelucchi, e il Sultano arrivò a offrire di risparmiare i difensori in cambio della resa.
Quando però gli uomini di Al-Eshraf entrarono per prendere possesso del castello, cominciarono a molestare le donne cristiane; alla vista di questo comportamento i Templari reagirono con le spade massacrandoli, chiudendo le porte e strappando il vessillo del Sultano che era già stato issato.
Furioso per l'accaduto, Al-Eshraf offrì le stesse condizioni di resa pochi giorni dopo, ma quando una ambasceria dei Cristiani si presentò al suo cospetto per definirne i termini, senza esitazione fece decapitare i cavalieri scesi a parlamentare.
I Templari superstiti e gli altri difensori della Volta compreso quindi che non esisteva per loro nessuna possibilità, e si preparano a resistere ancora all'assedio, consci che ciò che poteva ritardare la loro fine era la resistenza della fortezza.
Nel frattempo i genieri del Sultano avevano minato le fondamenta del castello la cui facciata verso la spiaggia cominciò a crollare. Il 28 maggio fu comandato l'assalto generale e duemila soldati di Al-Malik entrarono nella costruzione, che ormai instabile, crollò seppellendo insieme Cristiani e Musulmani.
Come era accaduto per l'aggressione a Tripoli per opera di Qalawun, anche suo figlio Al-Eshraf si impegnò per evitare che Acri potesse in seguito servire ancora da base di attracco per i Cristiani giunti da Occidente.

Sul territorio di quello che un tempo era stato il Regno di Gerusalemme, oltre alla città di Tiro che fu evacuata e a Beirut attaccata e distrutta dal Sultano, rimanevano i castelli Templari di Athlit (Chastel Pelerin) e Sidone, ma entrambi disponevano di un numero troppo scarso di cavalieri ed armati, e furono abbandonati senza neppure tentare di difenderli nel mese di agosto. I Templari di Sidone, ai quali il nuovo Gran Maestro aveva promesso aiuti prima di imbarcarsi per Cipro, dopo aver atteso in vano, compresero che le sorti del castello erano segnate e lo evacuarono via mare il 14 del mese. Athlit, l'orgoglio delle fortezze dei Templari, l"'imprendibile nido delle aquile" che aveva resistito al Saladino, era stata già abbandonata il 3 agosto.
Nei mesi successivi le squadriglie armate di Al-Malik-El Eshraf, percorsero il litorale distruggendo meticolosamente ogni costruzione appartenuta ai Cristiani per cancellare i segni della loro presenza e impedire in ogni modo un improbabile ritorno.

Ma i tempi erano definitivamente cambiati, e semmai era esistito, lo spirito della Crociata era prossimo a svanire totalmente dalle coscienze Occidentali.
I Templari occuparono ancora fino al 1303 l'isolotto di Ruad di fronte a Cipro, servendosene per qualche sporadica incursione in territorio musulmano, ma alla fine furono costretti ad abbandonarlo.
Nessuna crociata partì più per liberare il Santo Sepolcro, e lentamente l'idea di riconquistare un Outremer Cristiano fu abbandonata, o quantomeno, mantenuta viva solo idealmente.

A distanza di meno di vent'anni da quegli eventi, l'Ordine del Tempio che era stato tra gli estremi difensori della Cristianità, fu spazzato via da un processo infamante nel quale i cavalieri si trovarono attaccati da quella stessa Cristianità per la quale si erano sacrificati. E dove non erano riuscite le scimitarre nemiche, a piegare la resistenza di questi uomini di ferro furono le torture ed i roghi del Re di Francia.

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