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Il Santo Graal

Il graal: tutti ne parlano, ma nessuno sa cosa sia. E tuttavia tutti lo cercano, lanciandosi a corpo morto in una "ricerca" del graal, sia esso "sacro" o "profano", puro simbolo di un obiettivo distante che ciascun essere umano percepisce confusamente essere alla sua portata, qualunque siano le difficoltà incontrate durante l'avventura nella quale s'imbarca ciecamente, senza neppure conoscerne le cause, né la finalità. L'espressione "cercare il graal" diventa altrettanto comune e banale quanto "portare la croce", così come ripetono i cristiani più sinceri. Ricordo d'aver letto tempo fa in un giornale che la tal banca "era alla ricerca del graal". Si trovava a Tolosa, e questo particolare scatenò in me un irrefrenabile eccesso d'ilarità, perché la parola "graal", "grazal" in occitano moderno, indica il recipiente nel quale i tolosani tradizionalisti cuociono a fuoco lento il loro celebre e delizioso "cassoulet". Bella vicenda, davvero, o piuttosto bella coincidenza, sapendo che, in base all'opinione corrente, si suppone che il graal contenga il cibo più prezioso al mondo. Secondo i narratori delle antiche epoche celtiche si tratta di un cibo inesauribile, che gli autori cristiani medievali hanno assimilato al sangue di Gesù Cristo, versato sulla croce del Golgota e raccolto da quell'inquietante personaggio evangelico di nome Giuseppe di Arimatea, in un non meno enigmatico vaso. Ricavato a sua volta, secondo le tradizioni gnostiche, da uno smeraldo caduto dalla fronte dell'arcangelo Lucifero, il Portatore di Luce, all'epoca della sua ribellione contro il Creatore e della conseguente caduta nelle tenebre, da dove si prepara a riconquistare il regno di Luce da cui l'ha escluso colui che la Bibbia ebraica chiama Jahweh Adonai (o anche, con un inspiegabile plurale, gli Elohim).

Bisogna prendere atto che la parola graal, insieme alle sue numerose varianti medievali, ha conosciuto una notorietà fuori dal comune e che, perpetuandosi nel tempo, raggiunge, all'inizio del XXI secolo, una sorta d'apoteosi all'interno di un vocabolario quasi quotidiano, che nondimeno crea confusione. Perché il termine graal altro non è se non una delle grafie di un termine usato nella Linguadoca del XII secolo, "gradal" o "cratale" (al femminile), evolutosi in "grazal" in epoca contemporanea, e proveniente dal latino "cratalis", a sua volta derivato da una radice indoeuropea che ha prodotto il greco "krater", e che significa semplicemente "recipiente". Il graal, dunque, in realtà non è altro che un semplice "ricettacolo", un "recipiente" che contiene tutto ciò che si desidera riporvi. E Dio solo sa se non vi è stato messo di tutto...! Dal sangue di Cristo fino ai segreti dell'energia nucleare, il "contenuto" del graal, "sacro" o "profano" che sia, se non ha soddisfatto gli appetiti dei commensali ammessi alla sua tavola, non ha cessato di alimentare l'immaginazione di tutti coloro che si sono impossessati di questo oggetto simbolico, conducendoli verso le peggiori perversioni nonché aberrazioni concepibili da mente umana.

Perché il "sacro" Graal ha spesso assunto colorazioni che si possono definire "sulfuree". Passando dalla setta degli Illuminati di Baviera, all'altra, ben più pericolosa, della Sainte-Vehme, da George Sand, che non è solo autrice di romanzi campestri ma anche discepola dei Superiori Sconosciuti, a Richard Wagner, forsennatamente antisemita, e al suo "Parsifal", modello esemplare di una nauseabonda ambivalenza. O ancora, dalla teosofia di fine XIX secolo, di derivazione anglosassone, da Bram Stoker, membro della Golden Dawn ("l'Alba Dorata"), società detta "filosofica" ma alquanto ambigua, e dal suo pregevole romanzo "Dracula" (che non è solamente frutto della sua immaginazione), da vari autori che hanno privilegiato il mito dell'Agartha e della città sotterranea di Shambala, dalla Società del Vril, dalla Società Thule. Per finire con il nazismo duro e puro, razzista e sanguinario, quando Hitler, e soprattutto Himmler, hanno voluto fare dei membri delle torve SS, i nuovi templari custodi del Santo Graal e della purezza della razza nordica. E che dire delle ricadute di oggi sul piccolo borgo di Rennes-le-Chàteau, nell'Aude, che nasconde, in base a supposizioni e ad approssimazioni non verificabili, una quantità di misteri non chiariti, probabilmente al centro di uno dei maggiori scandali della tradizione occidentale?
Giacché nel corso dei secoli la tradizione occidentale è stata tradita. I documenti che avrebbero consentito di ritrovarne le fonti vive sono stati mutilati. Ebbene, per ragioni diverse, tanto religiose quanto politiche ed economiche, una memoria ancestrale è stata occultata, alterata o distrutta; comunque sviata a vantaggio delle ideologie dominanti, non sempre concordi tra loro ma unite sull'essenziale: camuffare una realtà storica per non mettere in pericolo le istituzioni che mantenevano la società su una "buona" strada, cioè su "ciò che è scontato".

Ma attenzione...! Questa non è una buona ragione per cadere in un'altra trappola; quella tesa oggi da intellettuali e affabulatori d'ogni genere che pretendono, senza prova alcuna, di fornire una verità assoluta la quale, in definitiva, altro non è se non una sequela di fantasticherie su argomenti riguardanti l'umanità nel suo insieme. Tale tendenza è denunciata con cognizione di causa da un film di Steven Spielberg destinato al grande pubblico, con tanto d'acrobazie ed effetti speciali: "Indiana Jones e l'ultima crociata". L'eroe Indiana Jones, feticcio di Spielberg, è un perfetto idiota: vuole conquistare il graal per metterlo a dimora nella vetrina di un museo. Ovviamente diventa bersaglio di una banda di nazisti senza scrupoli, i quali considerano il graal il grande segreto che permetterebbe loro di dominare il mondo con la forza. Essi falliscono nel loro tentativo. Ma anche Indiana Jones. Fortunatamente, il graal è irraggiungibile. Ed è il padre di Indiana Jones, peraltro magnificamente interpretato dall'attore scozzese Sean Connery, il vero scopritore del graal e unico vincitore della "ricerca". Egli sa che quella "cosa" inafferrabile esiste e l'ha contemplata con la soddisfazione d'aver concluso una ricerca sicuramente irta di pericoli, ma che ha arricchito il suo spirito. Che cosa chiedere di più? Eppure tutto ciò prova una volta di più che il graal è solo un recipiente come un altro, anche se sacralizzato, e che lo si può riempire con tutto quello che si vuole, dal meglio al peggio.

Questo è solo un esempio tra tanti. È storicamente provato che alcuni nazisti, Himmler tra tutti, cercavano il graal perché lo ritenevano non un oggetto ma una "ricetta", un "segreto" per assicurarsi il predominio sul mondo. Ora, nelle versioni medievali la questione riguarda essenzialmente un graal spirituale, che stabilisce una fusione tra umano e divino, soprattutto nell'ambito delle preoccupazioni teologiche dell'epoca. Non si trattava affatto, almeno nei testi più antichi, di un qualsiasi potere temporale attribuito a un oggetto sacro. Ma è proprio allora che la perversione ha preso corpo, particolarmente nella versione tedesca di Wolfram von Eschenbach, "Parzival", composta verso il 1230; una strana narrazione, volontariamente riempita, sembra, di elementi eterogenei presi a prestito da tradizioni più o meno ermetiche e che risultano, all'analisi, molto inquietanti, perché deviati rispetto a una tradizione originaria che si presentava come semplice ricerca di un'identità spirituale... Qualunque cosa sia e sotto qualsiasi forma appaia, o qualunque sia il significato che gli venga attribuito, è indubbio che il graal costituisce uno dei più grandi enigmi impressi nella memoria dell'umanità. E già solo questa circostanza merita che s'intraprenda uno studio approfondito nei minimi particolari, non solo delle antiche epopee che hanno scelto il graal come emblema centrale delle loro speculazioni; ma anche degli ampliamenti e degli straripamenti che quell'immagine grandiosa (e sempre scorta attraverso nebbie più o meno fitte) è stata in grado di suscitare col passare del tempo, sia nei confronti di cercatori in buona fede, sia in alcuni personaggi ossessionati dall'esistenza di segreti grazie ai quali ottenere poteri straordinari, per non dire sovrumani.
Alla base di tutto ciò sta un postulato fondamentale: all'alba dell'umanità, "in illo tempore", quando ancora esisteva la comunicazione tra il Creatore e le creature, il messaggio divino era comprensibile all'essere umano. Ma in seguito alla Caduta causata dal Peccato Originale, esso non è più accessibile all'intelletto, salvo nel caso di alcuni "eletti", che disporrebbero di un "codice d'accesso" simboleggiato dal famoso graal. Tale è il senso profondo, e anche la giustificazione, del graal e della sua ricerca. È a questo punto che si sovrappongono tre tradizioni apparentemente molto diverse, amalgamatesi per formare quella sintesi armonica che è la leggenda del Santo Graal.

La prima tradizione è gnostica e si è formata ad Alessandria d'Egitto nel periodo ellenistico. Essa sta alla base di tutta una teologia decisamente sulfurea, secondo la quale lo Jahweh ebraico è un usurpatore: quale creatore e demiurgo, infatti, ha occupato il primo posto della Pistis Sophia, ovvero la Madre Universale, la Vergine delle Vergini, la Saggezza Materna, altrimenti detta la Dea degli Inizi, colei che Gustave Courbet, nel suo celebre e scandaloso quadro "L'origine del mondo", ha dipinto senza viso ma con i seni, il ventre e il sesso assolutamente eloquenti. La tradizione insiste sullo smeraldo portato in fronte dall'arcangelo Lucifero, il Portatore di Luce, smeraldo caduto nel Paradiso terrestre che poi diventerà il Santo Graal, recipiente in grado di raccogliere ciò che vi è di più prezioso al mondo, il sangue di Dio fatto uomo, l'energia divina nella sua essenza più alta e nella sua espressione più sconcertante.
La seconda tradizione è indubbiamente cristiana, ma si riferisce ai testi detti apocrifi, rifiutati dalla Chiesa ufficiale, "nascosti" in senso etimologico, ovvero "segreti". Essa rientra nelle problematiche del tempo, quando i teologi della Chiesa di Roma, verso il 1200, discutevano di "consustanziazione" e "transustanziazione" e mentre si evolveva, specialmente a Bruges e a Fécamp, il culto del Sacro Sangue. È allora che si manifesta il ruolo preponderante dello scrittore Chrétien de Troyes, il primo ad aver citato la parola "graal", il quale scrive "La storia del Graal" su commissione di .Philippe .d'Alsazia, conte di Fiandra, figlio dI Thierry d'Alsazia. Costui aveva portato dalla Terrasanta un'ampolla contenente il supposto sangue di Cristo raccolto ai piedi della Croce da Giuseppe di Arimatea. Dal quel momento in poi, il tema del Santo Graal è diventato uno degli argomenti più importanti della Chiesa romana a favore dell'eucaristia e della pratica di una regolare comunione.

La terza tradizione è di origine pagana, per la precisione druidica. Nelle antiche epopee celtiche vi era un riferimento costante a un calderone magico che non solo conteneva un cibo inesauribile (riservato a una élite!), ma era anche in grado di procurare la perfetta conoscenza dei segreti del mondo, e perfino la rinascita dei defunti. Quelle antiche epopee, largamente diffuse in Gran Bretagna, tramandate oralmente nei territori controllati dai Plantageneti (isole Britanniche, l'Irlanda e un terzo della Francia del tempo), hanno progressivamente integrato nei suoi vari aspetti, il mito del Santo Graal, determinandone, nel corso del Medioevo, il folgorante successo in tutta Europa. Il graal è così diventato un oggetto simbolico ricercato dai cavalieri di un re, per metà storico e per metà leggendario, conosciuto con il nome di Artù; figura emblematica della dinastia dei Plantageneti dei quali sosteneva d'essere l'erede, opponendosi così alla dinastia dei Capetingi, anch'essi eredi dei Carolingi e dei Merovingi. Esistono dunque ragioni esoteriche, cristiane e politiche alla base della diffusione, nel corso dei secoli XII e XIII, prima in Francia e poi nel resto d'Europa, delle leggende di re Artù, dei Cavalieri della Tavola Rotonda e della ricerca del Santo Graal. Tale convergenza, dovuta a un'abile sintesi dei temi trattati, ha superato abbondantemente le speranze di chi aveva lanciato nell'immaginario europeo quell'autentica "pietra dello scandalo". E le ricadute sull'inizio del terzo millennio sono tutt'altro che affievolite.

Perché se tutti - o quasi - parlano del graal, se un numero infinito di persone cerca il graal senza saper bene perché, esiste necessariamente una ragione. Il graal non è soltanto una parola di moda, ma molto più: è un mito. Ebbene, contrariamente a ciò che si pensa di solito, un mito non è qualcosa di falso. È una realtà, un "archetipo" per utilizzare il vocabolario junghiano, ma una realtà innata, per definizione inafferrabile e inaccessibile se non è "rivestita" da una "storia", se non è raffigurata in un racconto concreto, comprensibile a tutti. Il graal è un "mito", ed esiste davvero in ciascuno di noi, allo stato muto (nel senso originario della parola greca "muthos") o, se si preferisce, allo stato inconscio. È dunque compito di ciascuno "rivestire" il mito, o in altre parole riempire quel "recipiente" suscettibile di contenere tutto ciò che vi si vuol mettere.
Bisogna ammettere che, nel corso dei secoli, ci si è privati raramente di questa potenzialità, che del resto sembra essere una necessità insita nella natura umana. Una natura che ha orrore del vuoto, soprattutto in epoche inquiete come la nostra durante le quali, più o meno delusi da sistemi istituzionali di pensiero, ciascuno tende a rifugiarsi nelle vaghe speculazioni proposte, sotto il marchio dell'esoterismo, nella maggior parte dei casi da ciarlatani di talento, abili a recuperare le aspettative insoddisfatte di una popolazione in preda al dubbio e allo smarrimento spirituale. Il primo in ordine cronologico, verso il 1190, ad aver esposto il tema del graal è il poeta e romanziere della Champagne Chrétien de Troyes. Ma è per astuzia o per semplice indifferenza che egli non ha mai rivelato ciò che supponeva fosse contenuto nel graal?
Non lo sapremo mai. Certo è che i suoi continuatori e successori - numerosissimi - non hanno mancato di cogliere quell'opportunità riempiendo il misterioso "recipiente" di un contenuto simbolico, debitore tanto del loro universo fantasmatico quanto dell'ideologia alla quale appartenevano.

I continuatori "riconosciuti" di Chrétien de Troyes vi hanno posto il sangue di Cristo. Altri, eredi d'una diversa tradizione ma più o meno collegati alla dinastia dei Plantageneti, come Robert de Boron della Franca Contea, hanno fatto del graal il piatto con il quale Cristo aveva celebrato la Pasqua - ebraica - il Giovedì Santo; assimilazione alla quale hanno aderito i cistercensi del XIII secolo quando hanno recuperato il tema a vantaggio della nuova teologia cristiana. Tuttavia, alla fine del XII secolo, nel Galles, l'autore anonimo di una versione verosimilmente più tradizionale e popolare della leggenda, aveva affermato che il graal, mai chiamato in questo modo, era un vassoio sul quale si trovava una testa tagliata bagnata nel sangue. Quanto a Wolfram von Eschenbach, autore bavarese d'inizio XIII secolo, che afferma di tradurre il testo di Chrétien de Troyes (dimostrando però una incomprensione di fondo, nonché la propria mancanza d'informazioni), egli fa del Sacro Graal una pietra caduta dal cielo, gelosamente custodita da strani Templari. Ed è su questa versione germanica che si sono innestate fino ai giorni nostri, tutte le interpretazioni più aberranti e sospette.
Ma attraverso tutte le vicissitudini e le perversioni accumulate nel corso del tempo e in base alle ideologie del momento, l'esito più spettacolare - e certamente più ambiguo - del tema del graal è il "Parsifal" di Richard Wagner, risalente alla fine del XIX secolo. Si tratta di un sorprendente condensato - peraltro geniale sul piano musicale - di tutto ciò che era stato raccolto sull'argomento a partire dall'apparizione di quel simbolo che è la misteriosa coppa, la cui visione resta impressa nell'immaginario di tutti i popoli indoeuropei. È lì che risiede il problema dell'assoluta perversione del Santo Graal, il punto di partenza di una "ricerca" impossibile che ha condotto a tante devianze rispetto a una tradizione primitiva intesa come ricerca esasperata dell'identità dell'"esistente" umano di fronte all'onnipotenza rappresentata dallo Jahweh ebraico. Immagine riveduta e corretta con quella di Dio, Padre del cristianesimo, barbuto - a rimarcare la sua eternità - e isolato al centro di cumuli di nuvole, in un cielo fantasmagorico stile Saint-Sulpice, ma malgrado tutto erede involontario del Giove Tonante degli antichi Romani.
"Parsifal" (grafia moderna del "Parzival" medievale di Woltram von Eschenbach, equivalente del "Perceval" francese di Chrétien de Troyes e del "Peredur" gallese), opera, o piuttosto dramma liturgico di Richard Wagner, autore del testo e della musica... Oggi sappiamo che il sinistro Adolf Hitler, incondizionato ammiratore di Wagner e protettore della vedova di questi, Cosima (che aveva dimenticato di essere figlia del pianista e compositore ungherese Liszt e di una francese, la contessa Marie d'Agout), aveva progettato di far rappresentare il "Parsifal" per celebrare la vittoria finale del Terzo Reich. Forse non è un caso, benché si tratti incontestabilmente di considerazioni personalissime, che il dittatore nazista fosse sessualmente impotente così come lo era Wagner all'epoca della composizione di quello che, malgrado tutto, è un capolavoro; fattore da cui deriva un elogio della purezza e della castità ben identificabile durante tutta quella strana liturgia, unica nel suo genere.

Mi ricordo di un dibattito televisivo su FR3 nel 1982, durante una trasmissione di Jean-Michel Damian alla quale ero stato invitato insieme a Rolf Liebermann, l'allora direttore dell'Opéra di Parigi, a proposito del film del regista tedesco Syberberg, "Parsifal". Una rappresentazione, peraltro molto interessante, dell'opera di Wagner (con la particolarità, estremamente rivelatrice, che il ruolo di Parsifal era interpretato alternativamente da un cantante e da una cantante!), il tutto sotto la direzione musicale dell'ammirevole direttore d'orchestra Armin Jordan. Liebermann e io eravamo, beninteso, non solo completamente d'accordo nel riconoscere la sublime bellezza della musica di Wagner, ma anche nel porre le massime riserve sulla losca filosofia che impregna i suoi testi, in particolare quelli del "Tristano" e del "Parsifal". Infatti, nella "Tetralogia", Wagner è a suo agio in mezzo a dettagli mitologici, peraltro più scandinavi che propriamente tedeschi, di cui rispetta scrupolosamente il senso, tanto quanto ne manipola i temi, presi a prestito dalla mitologia celtica, addirittura snaturandoli e soprattutto caricandoli di un'ideologia più che dubbia.
Effettivamente, analizzando il testo del "Tristano e Isotta", ci si rende conto ben presto che, da un lato lo schema originario della leggenda è stato completamente stravolto, per non dire falsato, e dall'altro che Wagner si è servito del tema per elaborare le tesi del filosofo Schopenhauer, di cui all'epoca era imbevuto; tesi che conducono all'abolizione del "voler vivere", unica condizione della felicità, in questo mondo e perfino nell'aldilà. Ho ritrovato questa interpretazione del mito, prolungata e accentuata, nel balletto "Les Conquérants", su musica del "Tristano" e con la coreografia di Maurice Béjart - che era allora buddhista - messo in scena nel 1970 dal Théàtre de la Monnaie di Bruxelles. Senza mettere in discussione la bellezza del balletto, né quella della scenografia creata da Yahne Le Toumelin, anch'egli buddhista, bisogna ammettere che tutto era rappresentato in modo tale da attribuire il ruolo principale alle scale cromatiche desunte da Wagner; un'illustrazione perfetta di quell'abbandono del "voler vivere" e della fusione, per non dire l'annientamento, degli eroi nell'"oceano delle anime", quel nirvana verso il quale, secondo la metafisica orientale, tendono tutti gli esseri viventi per sfuggire al dolore dell'esistenza. C'era, evidentemente, una deviazione del senso profondo della leggenda primitiva di Tristano e Isotta, interamente consacrata all'esaltazione dell'amore assoluto, più forte della morte, e soprattutto più forte della società repressiva in cui i due eroi si dibattevano.
Nel "Parsifal" va ancora peggio. Il graal vi appare solo come un pretesto, certo indispensabile perché costituisce un obiettivo, ma l'accento è posto su ben altro. L'eroe, di un'ingenuità sconcertante (conformemente ai testi originali), in realtà scopre non il graal in sé, ma un'autentica società segreta depositaria di misteri che non devono assolutamente essere svelati. Questo detto, per essere ammesso nella società iniziatica e "razzista", poiché i cavalieri del graal sono scelti in base alla loro appartenenza a una stirpe molto ristretta, bisogna corrispondere a determinati criteri. In particolare la purezza del sangue, il valore morale, la castità o la fedeltà, il disprezzo delle illusioni ingannevoli (la "maya" orientale simboleggiata dalle Ragazze-Fiore e il giardino pseudoparadisiaco.di Klingsor) e, soprattutto, la "segretezza". Già nel suo "Lohengrin", Wagner aveva inscenato il divieto imposto al cavaliere del Cigno, figlio di ParsifaI, di non rivelare il proprio nome, né le sue origini, né cosa fosse esattamente il graal. In "Parsifal", Wagner insiste pesantemente sull'appartenenza a una stirpe sacra e segreta, e il finale di quel dramma lirico è un'autentica cerimonia d'intronizzazione che fa dell'eroe il Re del Graal. Certo, Richard Wagner non ha inventato nulla: tutto questo si trovava già, più o meno apertamente, nel modello che egli ha adottato, vale a dire l'opera di Wolfram von Eschenbach. Ma egli ne attualizza gli elementi e attribuisce loro un'importanza che non sempre avevano avuto nel contesto medievale. Possiamo affermare che l'elitario e antisemita Wagner rappresenti il seme incontestabile dal quale germoglieranno tutte le interpretazioni aberranti succedutesi dalla fine del XIX secolo, riguardanti il graal e il misterioso gruppo di cavalieri che lo custodiscono e difendono da ogni inopportuno avvicinamento.

Bisogna ammettere che Wagner ha operato delle devastazioni, anche se non dev'essere considerato responsabile di ciò che è accaduto ed è stato detto dopo di lui. Per convincersene, basta dare uno sguardo a ciò che viene definito il "wagnerismo" che si manifesta in Europa, e soprattutto in Francia, verso il 1900, in particolare attraverso i poeti simbolisti e decadenti, la scuola di pittura detta simbolista e, ovviamente, la musica. Vincent d'Indy, fondatore della "Schola cantorum", nazionalista e violentemente antisemita, non ha forse composto un dramma lirico, "Fervaal", che è un ottimo plagio del "Parsifal"? Lo spagnolo Albeniz non ha forse intrapreso la composizione di una trilogia sui temi di Merlino, re Artù e il graal, di cui ci resta soltanto la prima parte? Emest Chausson, con la sua opera "Le roi Arthus", peraltro abbastanza notevole ma che proprio al contrario non presenta alcuna connotazione razziale, non ha forse voluto raccogliere il testimone? E che dire di Maurice Maeterlinck e del suo "Pelléas et Mélisande"? Non è un caso se Claude Debussy ha musicato quest'opera teatrale; lui che frequentava assiduamente gli ambienti occultisti parigini d'obbedienza wagneriana ed era amico di Maurice Leblanc, autore dei romanzi di Arsenio Lupin, il quale sapeva molto della tradizione del graal, e della cantante lirica Emma Calvé, che si riteneva fosse stata l'amante dell'abate Saunière. Elemento che ci riporta inevitabilmente all'enigma di Rennes-le-Château e al recupero della "stirpe reale", detta anche del "sangréal". Ma tutto questo non era che la punta dell'iceberg, poiché a quei tempi, in segreto, si agitavano gruppi molto strani come la Golden Dawn britannica o quella tedesca, nebulosa, che poi diventerà la Società Thule, indiscutibile ispiratrice dell'ideologia nazista.
Del resto, negli anni che seguirono il 1933 e la presa del potere da parte di Hitler in Germania, l'interesse per il graal non si smentì, sia da un punto di vista letterario - non sempre innocente - ma soprattutto sul piano politico, molto più pericoloso perché in grado di suscitare ambizioni smisurate da parte di determinati gruppi nonché di determinate persone. Rimane irrisolta la questione riguardante la missione di cui sarebbe stato incaricato, da parte di Himmler, negli anni '30 del '900, l'SS Otto Rahn, il quale effettivamente indagò nella regione catara intorno a Montségur, considerato, per pura aberrazione, il "Castello del Graal". Occorre tuttavia precisare che i " neocatari" dell'Aude e dell'Ariège si davano all'epoca molto da fare per valorizzare la loro regione, come dimostra l'attività di un certo Antonin Gadal, il quale volle assolutamente identificare il graal in una grotta dell'alta valle dell'Ariège; la sua carica più importante era costituita dall'essere il rispettabilissimo presidente della locale pro loco, dettaglio che probabilmente spiega tutta l'operazione. Fortunatamente René Nelli, indubbio conoscitore del paese cataro e delle civiltà occitane, è stato in grado, nonostante gli ostacoli che gli si sono posti davanti, di rimettere le cose in chiaro circa l'assorbimento del tema del graal, fra catari e Templari. Ciò non di meno, le coscienze impiegano molto tempo a liberarsi dalle devianze dell'immaginario e, qualunque cosa si possa pensare, il fascino manifestato dai sedicenti intellettuali nazisti per il tema del graal ha pesato fortemente sulle interpretazioni che ne sono state date dopo la seconda guerra mondiale.

È, infatti, tra il 1953 e il 1956 che tutto scivola nell'inverosimile. Alla morte dell'abate Bérenger Saunière, nel 1917, ci si era accorti che tutti i beni immobili dell'anziano curato di Rennes-le-Chàteau erano intestati alla sua fedele domestica - e amante? - Marie Denarnaud. Per molti anni, la donna aveva mantenuto il mistero riguardante il "tesoro", o il "segreto" del curato, che lei affermava di conoscere e che, diceva, prima o poi avrebbe svelato. Alla fine dei suoi giorni era stata accolta da un industriale, Noel Corbu, nominato suo erede; ma la morte sopravvenne nel 1953 senza che avesse mai parlato. Divenuto proprietario della tenuta di Saunière, Noel Corbu intraprese degli scavi, senza però giungere ad alcun ritrovamento. Ebbe poi l'idea di aprire un ristorante e, allo scopo d'attirare sul posto una clientela selezionata, pubblicizzò ampiamente le "avventure", autentiche o no, attribuite all'abate Saunière. Ed è nel 1956, a seguito di un articolo apparso su "La Dépeche du Midi", che l'affare Saunière invade i media.
Le responsabilità di quell'improvvisa diffusione sono ben distribuite, ma bisogna riconoscere che per buona parte devono essere ascritte a un giornalista di talento, Gérard de Sède, che s'impossessò voracemente di tutte le tradizioni riguardanti Montségur e Rennes-le-Château, mescolandovi confusamente i catari, i Templari e il Santo Graal. Gérard de Sède aveva tuttavia il torto di credere ciecamente a ciò che i suoi informatori gli riportavano. Accettava tutto ciò che era misterioso, strano e sorprendente senza andare a ricercarne le fonti autentiche; per di più si ritrovò invischiato in una serie di mistificazioni il cui iniziatore sembra essere stato il geniale umorista Francis BIanche, il quale certamente non era consapevole dell'impatto che il suo scherzo innocente avrebbe avuto.
In ogni caso, è Gérard de Sède a puntare i riflettori dell'attualità sullo strano comportamento dell'abate Saunière, curato di Rennes-le-Château intorno al 1900, epoca in cui l'affare non aveva quasi mai varcato l'angusto ambito della regione chiamata Razès, e che sembrava si fosse anzi più o meno dimenticato, o voluto dimenticare. Da quel momento si è sviluppata un'ampia letteratura che unisce, senza discernimento alcuno, i più deliranti fantasmi alle certezze storiche. E il piccolo borgo di Rennes-le-Château, nell'Aude più profonda ma non lontano da Montségur, è diventato di colpo uno dei luoghi più sacri della ricerca detta "esoterica".
Ma tale agitazione supera ampiamente il suo quadro di riferimento originario e si ripercuote un po' ovunque, mettendo in luce domande che un tempo non si osava porre. In particolare quelle sulla personalità e sul ruolo della misteriosa Maria di Magdala, il primo essere umano, secondo il Vangelo di Giovanni, ad aver incontrato il Cristo risorto, e la cui immagine domina incontrastata il sito di Rennes-le-Château.
E, beninteso, il tutto non fa che amplificare le domande antiche di secoli: che cos'è il graal, e dov'è nascosto?

Le risposte, ovviamente, sono state varie e contraddittorie. Oltre a Montségur, fortezza catara che accoglieva il graal, considerato una coppa, si è parlato anche della grotta di Lombrives, nell'Ariège, della grotta dell'Eremita, a Ussat, sempre nell'Ariège, soprattutto della cattedrale di Valenza, in Spagna. Senza dimenticare lo strano monastero di San Juan de la Peña, nella provincia d'Aragona, e l'abbazia di Montserrat, vicino Barcellona, dove Himmler in persona si sarebbe recato per informarsi presso i monaci circa la possibile presenza, se non di un oggetto a forma di calice, almeno di documenti segreti racchiusi in un cofanetto. Si dovrebbero anche citare i santuari dedicati al Sacro Sangue, come Bruges, Neuvy-Saint-Sépulcre o Fécamp e molte altre località, ma tutti questi si riconducono alla certezza che il graal sia un vaso - o un'ampolla - contenente il sangue del Cristo crocifisso e si riferiscono a culti appartenenti alla più pura ortodossia cristiana.
Fino a quel momento l'identificazione del Castello del Graal con un santuario cristiano, o addirittura con una grotta come quella di Lombrives, dove officiavano gli "eretici" catari, sembrava avere una logica, ma tale semplificazione non bastava. Ho così avuto la sorpresa, per non dire lo stupore, di ricevere per posta le parti principali di un'opera che sarebbe apparsa poco più tardi col titolo "L'île des veilleurs" e che avrebbe riscosso un certo successo nelle librerie esoteriche. Sono venuto a conoscenza del fatto che il graal era nascosto nelle gole del Verdon, e che l'intera regione era stata teatro delle prodezze dei cavalieri di Artù, partiti alla ricerca del Sacro Graal, e residenza del Mago Merlino; il tutto "provato" da vaghe somiglianze toponomastiche - a dire il vero molto tirate per i capelli - e da pressappochismi sbalorditivi per la loro ingenuità. La buona fede dell'autore sembrava evidente, ma ancor di più lo era la sua goffaggine, così come l'incomprensione totale delle regole più elementari della toponimia e degli schemi più antichi della leggenda del graal e dei Cavalieri della Tavola Rotonda.
Contemporaneamente, apprendevo che la zona orientale del dipartimento dell'Orne e la zona meridionale del dipartimento della Manche, erano stati il "paese di Lancillotto del Lago", in base alle erudite riflessioni di certi professori dell'università di Caen. In quel caso, gli argomenti, tutti letterari e topografici (la città di Barenton, la Fossa Arthous, l'Artour ecc.) o addirittura agiografici (l'identificazione del misterioso eremita "san" Frambaut, Fraimbaudo, o Frambourg, con un cavalier Lancillotto invecchiato) erano molto più seri - e molto più proficui per il turismo locale - ma anche facili da contestare: la maggior parte dei trascrittori in lingua francese della leggenda arturiana e del "ciclo del Graal" (in particolare Robert Wace e Gautier Map) erano normanni di quelle zone, e non hanno esitato ad ambientare le avventure che raccontavano, in luoghi a loro familiari e che conoscevano perfettamente. In tutto questo non c'è nulla d'aberrante né d'irrazionale.

Si è però certamente dimenticato che, nel Sud-Ovest dell'Inghilterra, il graal era nascosto a Glastonbury, nel Somerset, non lontano dal luogo in cui, nel 1190, era stato "ritrovato" il sepolcro di re Artù e della regina Ginevra. Il graal si trova più precisamente sulle pendici della collina chiamata Glastonbury Tor, in fondo a un pozzo che porta il nome di Chalice Well. Questa localizzazione, tramandata dalla Chiesa anglicana, è inserita nella leggenda di Giuseppe di Arimatea, grande personalità della Giudea e importatore di stagno, il quale sarebbe stato, secondo la tradizione, zio di Gesù (che avrebbe trascorso con lui la sua adolescenza) e sarebbe divenuto, dopo la morte di Cristo, il primo vescovo dell'isola Britannica. Vero è che Glastonbury passa per essere la favolosa e fiabesca isola di Avalon, la mitica visione del Paradiso secondo i racconti di origine celtica.

In quel periodo di confusione, all'inizio degli anni '80 del '900, avevo pubblicato un saggio piuttosto esauriente sul graal 1, visto però da un'angolazione propriamente letteraria, insistendo - già allora - sulla diversità delle versioni medievali, qualunque fosse la lingua nella quale ci sono pervenute. La reazione non si fece attendere e per un anno intero ricevetti una serie di strane lettere, tutte scritte a mano, provenienti da varie persone sparse per la Francia, ma il cui contenuto era assolutamente identico. In un groviglio di considerazioni un po' fumose - che del resto non sono riuscito a dipanare - lo scopo di quelle lettere era farmi sapere che non avevo capito nulla e che, per arrivare all'illuminazione, dovevo a ogni costo entrare in una misteriosa società qualificata come Mondo del Graal, la quale deteneva la "verità" grazie a un "maestro" che si faceva chiamare Abd-Ruschin, pseudonimo di un "pensatore" che doveva essere di nazionalità tedesca. Non ho mai saputo cosa fosse esattamente questo Mondo del Graal e mi guarderò bene dal giudicarlo, ma devo confessare che quella pressione, peraltro molto cortese, mi ha convinto di dover finalmente riscrivere il "ciclo del Graal", utilizzando tutte le versioni di cui possiamo disporre. Cosa che ho realizzato negli anni '90 con una pubblicazione in otto volumi 2 in cui penso d'aver fornito una sintesi completa di tutto ciò che si conosce sulle fonti autentiche della leggenda.

Ma altri hanno provato a vedere più chiaro nella straordinaria ondata di sedicenti misteri sopraggiunta all'inizio degli anni '80. È il caso di tre giornalisti britannici, Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln che si sono pazientemente dedicati a una serrata ricerca sul campo, a Rennes-Ie-Château e a Montségur, nonché in archivi e biblioteche. Il risultato di quella ricerca è raccolto in un'opera importante intitolata "Il Santo Graal", un indiscusso best seller 3 che ha contribuito a diffondere notizie e utili ricerche su una questione che non potrebbe essere più complessa. Sfortunatamente, gli autori di quest'opera sono spesso caduti nelle stesse trappole di Gérard de Sède: nonostante la loro interessante sintesi di incontestabili informazioni storiche, hanno creduto alle parole di varie testimonianze delle quali il meno che si possa dire è che sono fragili e, nella maggior parte dei casi, completamente fantasiose, soprattutto a proposito di un misterioso e fantomatico Priorato di Sion, parallelo all'Ordine dei Templari, che sembra essere il parto di fantasie esasperate. Quanto alla mescolanza operata tra il Santo Graal, i Templari, i catari e i Rosacroce, essa è discretamente confusa e contorta, e non è in grado di convincere nessuno che sia in buona fede.

Tuttavia, un'opera come "Il Santo Graal" è di sicuro interesse, nella misura in cui pone ulteriori questioni che non risolve, aspetto che la rende una miniera quasi inesauribile per ricerche fondamentali. È lì che, in particolare, si ritrovano coerentemente abbozzati, i tratti della sconcertante personalità di Maria di Magdala, così ben rappresentata, in modi diversi, a Rennes-le-Château, sia nella chiesa di cui è santa patrona sia nella tenuta che fu dell'abate Saunière. L'onnipresenza di colei che la tradizione cristiana considera una peccatrice pentita non è certamente dovuta al caso. Inoltre, gli autori di "Il Santo Graal" hanno avuto il merito di attirare l'attenzione su certi dettagli simbolici che si possono notare in alcuni quadri dei grandi maestri del passato, in particolare quelli di Nicolas Poussin. Infine, ed è essenziale, sono tra i pochissimi ad aver coraggiosamente osato proporre una suddivisione ben diversa della grafia medievale "sangréal", che viene generalmente accettata, e senza discussione, con "Santo Graal".
È peraltro su queste tre piste che si è lanciato il romanziere americano Dan Brown con il suo "Il codice da Vinci", opera diventata in pochi mesi un best seller mondiale. Questo successo al di là di ogni moda contagiosa, ha evidentemente una sua ragione. I temi in esso evocati sono universali e toccano nel più profondo l'anima umana in cerca di una propria identità. Certo, "Il codice da Vinci" è un romanzo e l'autore era del tutto autorizzato a sfruttare temi che appartengono di diritto al patrimonio intellettuale dell'umanità. Tutto è permesso a un romanziere purché l'intrigo che elabora sia solidamente costruito, a maggior ragione quando l'opera si presenta sotto forma di un autentico romanzo giallo. "Il codice da Vinci" è in qualche modo un "giallo che tiene la strada". Ma bisogna precisare che non sarebbe mai stato scritto se l'autore non si fosse ispirato a "Il Santo Graal", che costituisce visibilmente la sua principale fonte di informazioni.

È sempre partendo da ciò che raccontano gli autori di "Il Santo. Graal" a proposito della chiesa Saint-Sulpice a Parigi che Dan Brown ha potuto metterla in evidenza nel suo racconto.
E occorre dire che è perfettamente riuscito a fare di quell'orribile monumento in stile gesuita, il punto di partenza di una labirintica ricerca il cui scopo è la conoscenza degli autentici segreti del graal. Da qui la convergenza di tutti i ricercatori, ma anche di tutti i curiosi, verso questo santuario, a dire il vero alquanto strano, che diventa, per forza di cose, una specie di "ombelico del mondo".
Dunque, "Il codice da Vinci" è un buon romanzo giallo, la cui struttura labirintica non smette d'eccitare la fantasia dei lettori. Ma che dire delle opere che hanno seguito la pubblicazione - e il successo - di questo romanzo, e che pretendono di decifrarlo una volta per tutte? Perché, beninteso, il romanzo di Dan Brown non può che essere iniziatico, come lo sono certe opere di George Sand (in particolare "Consuelo", "La contessa di Rudolstadt" e "Spiridion"), di Jules Verne ("Viaggio al centro della terra", "Le Indie nere", "Il raggio verde" e soprattutto "Clovis Dardentor"), di Paul Féval ("La Ville Vampire"), di Edward Bulwer-Lytton ("La razza dell'avvenire"), di Maurice Leblanc (gran parte delle avventure di Arsenio Lupin, ma soprattutto "Il segreto della guglia" e "L'isola delle trenta bare"), di Bram Stoker ("Dracula", certamente, ma anche "Il gioiello delle sette stelle", molto meno conosciuto), per non parlare dei "Libro Quarto" e "Libro Quinto" di François Rabelais. Tutti questi racconti romanzeschi, che per la maggior parte possono essere classificati come "popolari", sono a doppio o triplo senso, e spesso, volendone afferrare il reale significato, devono essere decifrati. "Il codice da Vinci" appartiene a questa categoria?

Certamente, ma mantenute le dovute proporzioni perché, in ultima analisi, tutti gli ingredienti oltrepassano di poco lo stadio più elementare. Sono i "decodificatori" che vi aggiungono, e abbondantemente, significati, servendosi di tutto ciò che cade loro sotto gli occhi, per spiegare l'inspiegabile e dimostrare senza ritegno d'aver capito tutto; mentre così dimostrano non solo la propria incompetenza, ma anche la loro totale incomprensione dell'argomento che pretendono di decifrare. Non sono altro che confronti rischiosi, ipotesi fondate unicamente su deliri della fantasia, e soprattutto citazioni troncate o fuori contesto attinte da varie opere senza fornire alcun riferimento preciso, vale a dire saccheggiate da altri. Il risultato è alquanto penoso, e se ne potrebbe ridere se non rasentasse la disonestà intellettuale. Perché, dopo tutto, la vittima di queste manipolazioni è il lettore in buona fede, che vorrebbe proprio sapere cosa rimane davvero dei problemi sollevati da una narrazione romanzesca sotto la quale ciascuno sente confusamente celarsi elementi attinti a un'antichissima tradizione. È dunque importante corredare la lettura di quel romanzo con il maggior numero di notizie, sulla tradizione che l'ha prodotto e sui testi successivi che l'hanno tramandata fino a noi, non per dare risposte che possono rivelarsi sbagliate, perché nessuno detiene la Verità, ma per illuminare al meglio un percorso certamente appassionante ma un po' sinuoso e disseminato d'innumerevoli zone d'ombra.

Tale è lo scopo di questo lavoro. In nessun caso si tratta di una "decodificazione". L'enigma del Santo Graal esiste, ma chi può pretendere di risolverlo in modo definitivo? Il graal è un mito che si è manifestato, nel corso dei secoli, con una leggenda, cioè tramite dei racconti evenemenziali con delle varianti, e perfino delle contraddizioni. Il graal ha, dunque, una "storia", ed è questa storia che conviene esaminare se si vuol provare a comprendere ciò che esso può significare attraverso tutte le interpretazioni che ne sono state fornite. E per far questo è necessario "risalire alle fonti" e seguire il lento procedere del tema originale lungo le sue numerose metamorfosi. La storia di una leggenda non è certo un "lungo fiume tranquillo".
È probabilmente questo fattore che rende interessante la questione. I punti di riferimento servono ancora. Ma essi esistono, ed è sufficiente seguirli con pazienza e passione.

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