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Le origini etniche dell'Europa

di Walter Pohl



Viella libreria
Altomediovo, 2
Roma, 2000

Genere: Storia
ISBN: 8883340159
Prezzo di Copertina: 29,95 EUR

www.viella.it/Edizioni/AltoMed/AltoMed_02.htm
www.viella.it/
Dopo la caduta dell'impero romano, iniziò il processo di formazione dell'Europa dei popoli. In età contemporanea, le ideologie nazionali hanno cercato le proprie radici attraverso una lettura molto parziale della storia alto-medievale. Č opportuno, quindi, proseguire nelle indagini sui processi etnici che sono all'origine dei nuovi popoli dell'Occidente, per ricostruire una realtà che fu, senza dubbio, assai composita e contraddittoria, ma che presenta anche, alla luce degli studi più recenti, alcuni aspetti di sorprendente novità.
Questa raccolta di saggi propone un'analisi delle fonti tardoantiche e altomedievali alla ricerca delle tracce delle genti che, insieme al sostrato romanizzato, costruirono l'Europa medievale: Alamanni e Franchi, Unni e Goti, Angli e Sassoni, Avari e Magiari, e soprattutto i Longobardi, il cui ruolo fu determinante nella trasformazione dell'Italia. Ne risulta un panorama affascinante sulla ricerca delle identità, sui conflitti, sulle integrazioni sociali e sugli scambi culturali, tutti elementi fondamentali per le origini della nostra civiltà occidentale.
Recensione a cura di: Claudio D'Ettorre Creato il: 01-Giu-2005 00:00:00
Claudio D'Ettorre (Omar Wisyam)
L'ideologia delle origini
La comune eterogeneità etnica per Walter Pohl

I secoli che trascorrono in Europa dal tardo periodo imperiale romano allo spegnersi del primo millennio dopo Cristo sono tra i più notevoli d'interesse perché in quel lasso di tempo i popoli europei si costituirono in una forma che ne conserva i nomi ancora oggi (la Francia dai Franchi, l'Inghilterra dagli Angli e la Germania - in francese Allemagne - dagli Alamanni) e da quelle radici mitologiche le ideologie nazionaliste e identitarie traggono le loro pretese attuali.

Ci sono molti libri che sanno celare accuratamente ai profani la loro natura, per dire così rivoluzionaria, o quanto meno sovvertitrice. Uno di questi, "Le origini etniche dell'Europa" di Walter Pohl, è stato pubblicato nel 2000 dalla libreria Viella. I saggi contenuti nel volume furono scritti originariamente, tra il 1988 e il 1998, in inglese, in tedesco, in italiano e in francese dal medievista austriaco. L'autore affronta in essi la questione dei processi etnici, dello sviluppo storico dei popoli europei, ed in particolare delle formazioni ideologiche riguardo all'identità dei popoli nazionali.

La descrizione mitologica di un'Europa di popoli definiti e della velenosa ideologia che la propaganda viene demolita alle radici da Pohl. Tutti i cosiddetti "popoli" hanno "un'origine eterogenea" (un popolo germanico nell'alto medioevo non esisteva, Franchi e Longobardi, Bavari e Sassoni erano dei popoli autonomi di cui si può dire che alcuni in modo vario e intrecciato presero parte al lungo processo reale della formazione nazionale tedesca). "Il fatto che Genserico, Clodoveo o Teodorico ebbero così tanto successo come re dei Vandali, Franchi o Ostrogoti, non dipende dall'unità etnica del loro seguito. Mostra piuttosto con quanto successo piccoli gruppi adattarono vulnerabili tradizioni alle necessità, per dare un punto di riferimento comune a unioni più grandi e molto eterogenee". Si tratta di comprendere come agirono e reagirono alle circostanze dei piccoli gruppi con sentimenti di coesione, cioè delle gentes barbare, operando su fondamenta romane e con delega imperiale.

Per comprendere quanto sia stata complessa la dinamica di questa formazione, l'intreccio di mito e strategia in cui si disperde e si addensa, per esempio, l'etnografia dei Goti, si pensi che fra molteplici rotture e nuovi ricominciamenti, gruppi diversi e sempre nuovi (e quindi antagonisti) si servirono del nome di Goti: "contadini lungo il Mar Baltico nel II secolo e schiere di pirati saccheggiatori nel III, un impero delle steppe sul Mar Nero nel IV, eserciti federati concorrenti, spesso solo poche migliaia di uomini, nelle province balcaniche fino alla fine del V secolo, regni nella Gallia meridionale, nelle penisole italiana e spagnola, ma anche coloni in Crimea, provinciali nei monti Balcani, contingenti dell'esercito unno e unità regolari dell'esercito romano". Essi furono designati non solo come Goti, ma anche come "Gutoni, Greutungi, Tervingi, Vesi, Ostrogoti e Visigoti, come Sciti, Geti, perfino come gli apocalittici Gog e Magog della Bibbia". In questa etnogenesi, dice Pohl, non possono essere distinte la percezione da parte dei Romani e l'autocoscienza di questi nuovi soggetti, i popoli. Pohl, infatti, esamina questa impossibilità, questo groviglio e commistione ricorrendo ai criteri di distinzione etnica di Tacito, a Isidoro di Siviglia, a Paolo Diacono ecc. Per esempio la lingua, che potrebbe soddisfare ad una richiesta di distinzione, non lo fa: "La maggior parte dei regni medievali era quanto meno bilingue, e Visigoti, Longobardi e Franchi abbandonarono gradualmente la lingua germanica senza alcuna crisi di identità percettibile". Neppure gli autori contemporanei trovarono questo cambiamento degno almeno di venire menzionato e neppure sentiamo mai parlare di problemi di comunicazione in quell'epoca. Non vi è prova che la lingia sia stata usata per individuare una specifica identità o per definire un gruppo etnico. Ed anche il criterio "distinzione/integrazione" nella fondazione etnica appare piuttosto debole. Pohl scrive che "i nuovi regni etnici dei Franchi, dei Goti o dei Longobardi erano cresciuti e potevano solo crescere sul territorio romano". Cioè erano un effetto della genialità politico-militare di Roma. A che cosa si doveva esattamente la loro diversità (per esempio nel sud della Gallia tra Visigoti, Burgundi, Ostrogoti e Franchi), al di là della loro competizione, per avere uguali privilegi nelle società sub-romane? Le comunità etniche che i Romani dell'età tarda chiamarono Franchi o Goti non erano che "modi, altamente astratti e costruiti dalla cultura, di categorizzare popolazioni che potrebbero essere molto diverse tra di loro e potrebbero non essere per niente così diverse da popolazioni che non cadono in quella categoria". Un franco che viveva lungo la Mosa avrebbe saputo riconoscere un uomo del sud della Gallia come straniero, "ma sarebbe stato capace di dire dalla sua apparenza se era un franco, un goto, un burgundo o un romano?"

Non sarebbe stato semplice, perché quella confusione, che diventa talvolta indecifrabilità nell'appparenza, era in corso da molto tempo. Già verso la fine del IV secolo più della metà degli ufficiali romani era di origine barbarica. "Barbari romanizzati come il vandalo Stilicone, lo svevo Ricimero, il burgundo Gundobaldo o lo sciro Odoacre dominarono i giochi di potere in Occidente per tutto il V secolo".

Lo storico contemporaneo Orosio aveva definito Alarico, che nel 410 d. C. aveva condotto i Visigoti a saccheggiare Roma, rispetto ad altri barbari, come un cristiano, e molto più simile ad un romano. Ma i Vandali di Genserico non ottennero un responso così favorevole, probabilmente per il loro arianesimo. Mentre, nella ricca rassegna dei tentativi di identificazione etnica esaminata da Pohl, per gli autori bizantini i Franchi (Clodoveo era stato tempestivo nell'inscenare la conversione al cattolicesimo e a presentarsi come alleato del lontano imperatore di Costantinopoli) divennero i Germani per eccellenza dato che si trovavano a dominare su gran parte degli altri popoli germanici, mentre la Cronaca del 754 spagnola chiama l'esercito di Carlo Martello che sconfisse i Saraceni a Poitiers semplicemente Europenses, Europei. Nel regno franco molte usanze dell'amministrazione e della giurisdizione romana furono continuate e modificate e il latino non ebbe rivali come lingua dello Stato e continuò ad essere usato. Ma d'altro canto, se le elites civili regionali dell'antica civiltà stavano scomparendo, i vescovi, che di queste elites erano parte, trovavano comunque ampie opportunità di dominare la vita pubblica. "Gregorio di Tours verso la fine del VI secolo, fornisce abbondanti prove del fatto che le lotte di potere tra vescovi potevano essere spietate e perfide quanto quelle dell'aristocrazia franca". E, nel suo complesso, lo Stato "barbarico" dei Franchi non appare storicamente essere stato più ingiusto o più violento del mondo tardo romano e la condizione dei lavoratori agricoli non subì cambiamenti a causa dell'avvicendamento nella proprietà della terra dei guerrieri franchi.

Romani e barbari divenivano sempre più difficili da distinguere. Gli Stati erano sia romani che barbarici. Dunque l'etnogenesi dei popoli altomedievali, se non era una questione di sangue, doveva essere stata una questione di tradizioni e istituzioni condivise (i modi di vita tardo romani e barbarici seppero integrarsi, perlopiù su una struttura sostanzialmente romana).

In uno dei saggi del volume che tratta di due popoli, Alamanni e Franchi, Pohl mostra come i rapporti etnici tra di essi fossero aperti, e, ancora di più, come siano fragili le tesi storiografiche sulla nascita e sulla scomparsa di quei popoli (e di altri popoli). Evidentemente complicata si presenta la questione dell'origine degli Alamanni (il cui stesso nome è designazione romana, essendo Alamannia il nome dato alla regione) connessa ed associata con gli Svevi, ed anche problematica rispetto agli Jutungi, che a loro volta si confondono con i Semnoni ed entrambi con i primi. Queste sovrapposizioni fecero cadere in errore già Gregorio di Tours e Giordane che confusero gli Alamanni con gli Svevi spagnoli, l'uno, e con gli Svevi della Pannonia, l'altro. Nel periodo carolingio si arrivò all'identificazione degli Alamanni con gli Alani e i Vandali. Pohl problematizza le ragioni della supremazia franca sugli Alamanni e ne trova ragione nella "gallicizzazione dei Franchi, al di qua e al di là del Reno", e nella decisione romana, una decisione a lungo termine, di preferire i Franchi agli Alamanni, per esempio nella carriera militare, oltre che nell'argomento della conversione.

Sia dei Franchi che degli Alamanni i contemporanei parlavano a volte di gens, al singolare, a volte di nationes, di gentes, di populi. "Nessun nome di popolo altomedievale designa un'area etnica omogenea. Inoltre si si presenta il quesito per quale di questi uomini fosse particolarmente significativo essere franchi, alamanni, romani, salii, suebi o altri e in quali situazioni".

A proposito dei nomi etnici Pohl, in un saggio dedicato alle Identità etniche nelle isole britanniche, ne rivela l'opacità e la contraddittorietà della storia che narrano.

"La storia degli etnonimi delle isole britanniche è, come in ogni altro luogo, piena di paradossi. Oggi i loro abitanti possono essere chiamati british (Britanni) anche se hanno ben poco a che fare con coloro che avevano questo nome nella tarda antichità e che poi sparirono gradualmente dalla storia. I Britanni che mantennero la loro identità presero il nome di Welsh, derivato dal termine germanico che designa le popolazioni romanze, benché avessero da tempo smesso di parlare latino; solo in Europa continentale rimase un paese britannico chiamato Bretagna. Scotti, il nome che nell'alto medioevo designava gli Irlandesi, si spostò verso la Scozia; il termine per la lingua celtica (gaelico) preservato nell'Irlanda moderna è legato al nome dell'antica Gallia. Il nome English risale a uno dei gruppi di conquistatori del V secolo, mentre quello dei Sassoni sopravvive come radice dei termini gallese e gaelico (Saeson) per inglese. Gli ultimi invasori, che fondarono il regno moderno, chiamati normanni (benché provenissero da Sud), non riuscirono a dare il loro nome al regno come avevano fatto in Normandia, da dove provenivano."

Va detto che questi paradossi terminologici si riscontrano anche altrove, come nel caso dei Tedeschi chiamati "Germans dai Britannici, Allemands dai Francesi e Niemeci (o nomi simili) dai loro vicini Slavi", e non si chiamano francesi nonostante lo Stato tedesco si sia sviluppato a partire dal regno franco orientale (dove si conservò la lingua franca, mentre in Francia la lingua romanza fu chiamata francese).

"La Britannia altomedievale costituisce certo un ottimo esempio dell'ambiguità dei nomi etnici e della difficoltà del trovare termini appropriati per delle unità etniche o territoriali che estendevano ben altre l'orizzonte della maggioranza dei propri membri". Beda che ricostruiva le origini etniche degli Angli (e dei Sassoni e degli Juti) percepisce questo popolo come una pluralità di popoli, e riferisce che derivavano dai Fresones, Rugini, Danai, Hunni, Antiqui Saxones, Boructuarii, mescolando stereotipi classici e informazioni contemporanee.

Molti discorsi mitologici, e poi ideologici, sull'origine, sull'etnogenesi dei popoli europei possono essere invertiti, ed hanno subito delle inversioni. Per esempio i miti di migrazione, relativi ai popoli della Britannia, sono stati rovesciati da una direzione all'altra. "Beda ritiene che i Britanni provengano dalla Bretagna e i Sassoni dal continente, mentre secondo una redazione degli Annali di corte carolingi, i Bretoni di Bretagna provengono dalla Britannia, e sia la Translatio S. Alexandri - composta da Ruodolf nel IX secolo - che le Res Gestae Saxonicae di Viduchindo ci dicono che furono i Sassoni continentali a migrare dalla loro patria britannica".

In un certo senso, in un senso sovrano si potrebbe dire, è la scrittura a definire un popolo, come nel caso dei Burgundi, che non furono definiti dal sangue, ma da coloro che scrissero su di loro, come riferisce Pohl citando la frase tratta da The Merovingian Kingdoms di Ian Wood.

Dunque, questa è una prima conclusione, i processi etnici non potevano che essere "aperti alla modificazione e alla rimodificazione politica e personale, alle costruzioni e ricostruzioni delle identità etniche".

L'identità dei Goti d'Italia era una ricostruzione, il prodotto di una nuova sintesi. La cultura tardo romana e bizantina potevano offrire "una moltitudine di spazi e modelli distinti" dove riuscire a collocare, nel contesto dato cristiano e imperiale, un'identità barbarica, pure con la sua diversità. Le strategie militari gote erano le stesse dei bizantini; erano esperti dell'assedio e della difesa di fortificazioni come i Romani e impararono anche le tattiche di guerra navale. Si può aggiungere inoltre che gli eserciti di Belisario e di Narsete erano più scitici di quelli comandati dagli ostrogoti, per il gran numero di Unni che ne facevano parte.

In un altro saggio (Carriere barbariche durante e dopo la guerra gotica) Pohl ritorna su questo concetto riportando le parole di Giordane, lo storico contemporaneo dei Goti, sull'impossibilità di distinguere i barbari dai Romani. Neppure i nomi propri forniscono indizi sicuri, per esempio il figlio di Mundo, un gepido-unno al servizio dell'impero, si chiamava Maurizio, ma il figlio di questi, Teudmundo. Agazia, un greco dell'Asia Minore riconosceva che i Franchi sono "come noi". Tuttavia il tentativo di integrazione stabile nell'amministrazione romana, nelle ultime fasi della guerra gotica, perdeva il suo fascino, anche per i ritardi consueti alla consegna del soldo. Infine la capitolazione degli ultimi re ostrogoti favorì la nascita di nuove alleanze tra guerrieri: "le truppe alamanno-franche di Bucellino e di Leutari, la coalizione franco-gotica di Vidingo e di Amingo, il regno erulo-breone del generale rinnegato Sindualdo e, infine, l'esercito multietnico del re longobardo Alboino".

Nel saggio Vivere in conflitto: Romani e barbari nell'alto Medioevo, Pohl scrive che "i conflitti tra lo stato tardo romano-bizantino e i capi barbarici erano in generale collocati all'interno di relazioni contrattuali" perché con lo strumento del foedus, l'impero disponeva di una forma giuridica molto flessibile per regolare i rapporti con i popoli all'interno e all'esterno dei propri confini. In un certo senso i popoli barbarici apparternevano alla statualità romana. E anche gli Unni e i loro indiretti successori, gli Avari, fecero parte del sistema tardo romano. Per l'aristocrazia militare formatasi attorno alla leadership di Attila, dopo la sua morte, si aprirono tutte le porte dell'impero romano, cioè si passa da un campo all'altro (questo per Exodus, il capo dei ribelli Bagaudi, per Oreste, padre dell'ultimo imperatore d'Occidente, per Edekon, padre di Odoacre).

Gli attacchi dei barbari non arrivavano come fulmini a ciel sereno; di solito prima venivano avanzate delle richieste e scambiati degli inviati, quando le trattative fallivano, iniziava la guerra. "Soltanto una minima parte dei continui conflitti portava poi effettivamente alla guerra". D'altronde nessuna delle ragioni che provocavano la guerra e nessuna delle richieste che un capo barbarico di volta in volta formulava costituivano realmente la causa del conflitto. "Il re di un esercito barbarico non poteva mai essere soddisfatto a lungo; altrimenti egli avrebbe reso superflui se stesso e la sua posizione di forza. Il conflitto, al quale egli innanzitutto doveva la sua posizione, doveva essere costantemente mantenuto, anche se le armi potevano riposare per anni".

La doppiezza non si mostrava da un lato soltanto. Gli inviati bizantini erano frequentemente incolpati di menzogne e tentativi di corruzione. "Che i Romani non aspettassero altro che mettere un popolo barbaro contro un altro, apparteneva certamente all'idea che i barbari avevano dei Romani". In fin dei conti nè gli Unni né gli Avari avevano come scopo la totale distruzione dell'impero, "ai cui pagamenti essi dovevano la loro esistenza".

Ora, ciò che appare assodato attraverso l'analisi di Pohl è che lo studio di quei popoli richiede una grande flessibilità: "molti Germani adottarono il costume unno, i Bizantini le armi avare, gli Slavi titoli avari e perfino nei conventi bavaresi dell'VIII secolo comparivano nomi dal suono avaro". E' difficile dire chi era Avaro e chi no, chi era Franco e chi no, ecc. Questa è una lezione importante, definitiva, in un certo senso.

Il grande merito del processo di etnogenesi e di formazione identitaria, descritto da Pohl è che può essere preso a modello dalle nebulose sociali nascenti e allora quel complesso meccanismo dove partecipano l'intrecciarsi, lo scontrasi, il confondersi, il tradire, il sovrapporsi, il secessionare e il saldarsi potrà essere smontato e ricombinato per la costruzione di un processo sociale che prenda a prestito dal futuro le proprie origini.

24 luglio 2004

Nota.
Per questa lettura di Walter Pohl, ho fatto riferimento al volume Le origini etniche dell'Europa, pubblicato nel 2000 dalla Libreria editrice Viella. Il libro fa parte della collana Altomedioevo curata da Stefano Gasparri. Apre il volume una presentazione di Aldo A. Settia.

Tutte le citazioni sono tratte dal volume di Walter Pohl.
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